L’Angelo della Bellezza

Noi  siamo portati a identificare Dio con il Tutto, l’Uno, l’Unità, cioè, da cui le molteplicità derivano, che è quindi  l’ “Uno in sé diverso” 1), e di cui noi ci rappresentiamo come parte.
Di questa unità delle molteplicità che razionalmente, cioè attraverso l’intelligenza,  percepiamo come condizione ideale, alla stregua del Paradiso, che esiste in una dimensione che possiamo solo conoscere, appunto, per via di rappresentazione, ma non vivere – di questa unità aspireremmo invece a fare parte, intuendo la promessa di pienezza che da essa proviene e che contrasta con la vuota conduzione quotidiana. Questo nostro desiderio, che si configura come una vera e propria aspirazione a considerarci parte del Tutto, presuppone tuttavia l’acquisizione da parte nostra della consapevolezza di essere esterni da esso,  consapevolezza che si acquisisce nel momento in cui l’Essere che siamo si costituisce come soggetto. Cioè nel momento in cui l’Essere dice “Io”, rinuncia ad essere “Tutto”. Naturalmente non si tratta di una scelta, ma di una necessità. E l’idea di essere tutto è una aberrazione dello spirito; “essere Tutto” infatti non si può dire, perché non si può neanche pensare. L’Essere è nel monento in cui cessa di essere Tutto. Nel momento in cui si dà, l’Essere si è tirato fuori dal Tutto; è nato al mondo distinguendosi, differenziandosi dal Tutto, cioè dalla condizione  pre-esistente, cioè esistente prima che l’Essere nascesse. Nel momento in cui nasce, l’essere si autoesclude dal Tutto, del quale non può più avere cognizione. Ma del quale non aveva cognizione neanche prima, perché non si può esistere consapevolmente nel Tutto, dal momento che si esiste solo nell’attimo in cui da esso ci si tira fuori. E invero non si può esistere nel Tutto anche perché il Tutto prima dell’apparire dell’Essere non può esistere come percepito in quanto tale. Cioè il Tutto esiste nel momento in cui diventa ciò da cui siamo usciti, dunque esiste solo nel e dal (cioè a partire dal) momento in cui l’essere si costituisce come soggetto, Io.
La condizione precedente non può che essere una dimensione di potenzialità immanente e a-soggettiva. E dunque il soggetto, nascendo, crea se stesso e ciò da cui è nato, ponendolo come esterno da sé. Ma lo crea come perdita, come mancanza, come  assenza. Da qui deriva la sua condizione essenzialmente tragica, cioè tragica in maniera essenziale, direttamente legata alla sua essenza, cioè al suo modo di essere, che è appunto un esistere in quanto autoescludersi  da cio da cui, dalla dimensione da cui, nascendo, si tira fuori.  Per questo ogni nascita è essenzialmente un assassinio. Cioè ognuno nasce uccidendo Dio. E vive nel rimorso, nella mancanza. Nell’assenza.

***

E dunque la bellezza cos’è? Non potremo capirlo fino a quando non capiremo cos’è la speranza.
La speranza è l’illusione diventata adulta. E’ la fede laica nella possibilità di procedere oltre quel muro al di là del quale possiamo  imbatterci nel fantasma che ci salva. 2) Che sappiamo bene di non poter superare, perché costituito dal nostro stesso esistere, e quindi esistente, come limite, e come muro, in conseguenza del fatto che noi esistiamo, e dunque esistendo non possiamo superarlo. Ma per quanto laica, pur sempre fede rimane, atto consapevole di irrazionalità: che un cenno/, Un lume, un volo, una speranza, qualche/Voce dall’opaco mare chiami 3).
E la bellezza allora cos’è se non ciò di cui si nutre la speranza? Perché altrimenti su quali basi di verità potrebbe poggiare la speranza? Quale credibilità potrebbe avere per noi stessi? Quale fondamento?  Se non esistesse la bellezza a testimoniare, con la sua presenza,  l’esistenza, vera, concreta, che si può toccare con mano, di una armonia che non è opera nostra, del nostro intelletto, della nostra abilità, della nostra immaginazione, ma che anzi esiste a prescindere da noi?
La sera della prima esecuzione della Creazione, nell’aula nell’aula magna dell’antica università di Vienna, dopo aver ascoltato il coro introduttivo, Joseph Haydn scoppiò in lacrime, e disse: “Non sono stato io a scriverlo. Non potrei averlo fatto” 4).
E questa esistenza di qualcosa di cui possiamo fare esperienza ma che non possiamo comprendere, che possiamo sentire ma che subito dopo averla sentita ci sfugge, non è forse il  fantasma che ci salva?
Forse.
Dunque c’è speranza.

***

Tuttavia:

Che cos’è il bello? Un senso di piacere che ci nasconde le vere intenzioni della volontà in un certo aspetto. Da che cosa viene suscitato il senso di piacere? Dal punto di vista oggettivo: il bello è un sorriso della natura, un sovrappiù di forza e un senso di piacere dell’esistenza: si pensi alla pianta. Il bello è il corpo virgineo della Sfinge. Scopo del bello è di sedurre all’esistenza. Ma che cos’è propriamente quel sorriso, quell’aspetto seducente? In senso negativo: il bello è la dissimulazione della pena, l’eliminazione di tutte le rughe, e il sereno sguardo animato della cosa…” 5)

Avevamo sperato di aver trovato un senso alle nostre pene, cioè che la bellezza potesse costituirsi come senso, e avevamo anche trovato la chiave, la misura, il modo in cui la bellezza si manifesta, realizzando opere che in nulla sono inferiori alla bellezza di Dio, essendo costruite con la stessa formula:
Per condur la fabrica della Chiesa con quelle debite e consonantissime proporzioni, che si può, non mutando cosa alcuna di quello che è fatto, io proseguirei in questo modo.
Vorei che la larghezza del corpo della Chiesa fusse passa IX,  che è il quadrato del Ternario, numero primo et divino, et che con la lunghezza di esso corpo, che sarà XXVII, habbi  la proporzione tripla, che rende un diapason et diapente. Et questo concerto, mistero et armonia è tale, che volendo Platone descrivere la consonantissima partitione et fabrica del mondo nel Timeo, lo tolse per fondamento et prima descritione, moltiplicando quanto facea bisogno, quelle medeme proportioni, et numeri con le debite regole et consonanze, sino che hebbe compreso tutto il mondo et ogni suo membro et parte.
Volendo dunque nui fabricar la Chiesa, havemo a riputar cosa necessaria et elegantissima a seguir quest’ordine, havendo per maestro et authore il somm’architettor Iddio: il qual volendo instruere Mosè della forma et proportione del tabernacolo, che egli havea a fare, li diede per modello la fabrica di questa casa mondana, dicendo (sì com’è scritto nell’Esodo al vigesimoquinto) Guarda et fà secondo l’esemplare, che ti è mostrato nel monte. Il qual esemplare, secondo l’openione di tutti li saggi, fu la fabrica del mondo. Et meritamenti,  perche il dover era, che havesse il luogo particolare simel’alla suoa machina granda, non in quantità, della qual egli non ha bisogno, ne diletto,  ma simile in proportione, la qual egli vole non solamenti  nelli luoghi materiali  ove habita, ma singolarmenti in nui delli quali dice Paolo scrivend’alli Corinthi. Il tempio de Dio siete voi.
” 6)

Tutto solo per scoprire, alla fine, che anche la bellezza ha il volto della necessità, e il suo sorriso è in realtà il ghigno dell’ingannatore.
L’umanità, lamentava Nietzsche, non è ancora pronta per ascoltare questa verità. Da allora sono passati  centocinquant’anni e infiniti mondi, ma le cose non sono cambiate.

***

L’uno in sé diverso è l’essenza della bellezza, e prima che fosse stato trovato non esisteva alcuna filosofia. La poesia è il principio e la fine di questa scienza”.

Così scriveva Holderlin in un passaggio dell’Hyperion 7).  Perché l’Uno in sé diverso è l’essenza della bellezza? Perché è il compimento del  divenire.  Cioè il divenire si può comporre solo per mezzo della bellezza, attraverso le regole dell’armonia. E dunque l’essenza della bellezza è la capacità di riuscire a comporre (cioè non mettere inseme in qualche modo, ma a comporre in una organica Unità) l’infinita molteplicità degli enti.
Riuscire a sentire la molteplicità infinita come una Unità. Questa per l’ordinario non è prerogativa dei mortali; e tuttavia anche a noi è concesso di partecipare a tale condizione non-mortale, per i brevi ma infiniti istanti in cui riusciamo a essere parte della bellezza.
In senso più specificatamente tecnico per Holderlin il divenire è l’alternarsi degli stati  che corrispondono agli estremi tra i quali la vita dell’uomo, come la corda  della lira e dell’arco 8), si tende: l’aorgico e l’organico, l’univerale e l’individuale.

“Nella vita pura natura e arte si trovano in contrapposizione solo in modo armonico. L’arte è la fioritura, la natura si fa divina solo unendosi con l’arte, da lei diversa, ma armonica: quando ciascun elemento è interamente ciò che può essere, e quando l’uno si unisce con l’altro, supplendo al difetto che deve necessariamente avere per essere interamente ciò che può nella sua particolarità, allora si ha il compimento, e il divino è nel mezzo di entrambi. il compimento della natura; la natura si fa divina solo unendosi con l’arte, da lei diversa, ma armonica: quando ciascun elemento è interamente ciò che può essere, e quando l’uno si unisce con l’altro, supplendo al difetto che deve necessariamente avere per essere interamente ciò che può nella sua particolarità, allora si ha il compimento, e il divino è nel mezzo di entrambi. L’uomo, più organico e più incivilito, è la fioritura della natura; la natura, più aorgica, quando è percepita dall’uomo puramente organizzato, a suo modo puramente coltivato, gli dona la sensazione del compimento.
Ma questa vita è presente solo nella sensazione e non è accessibile alla conoscenza. Per esserlo deve rappresentarsi in modo tale da scindersi nell’eccesso di interiorità in cui gli opposti si confondono, così che l’organico, abbandonandosi alla natura più del dovuto, obliando il suo essere e la propria coscienza,  passi all’estremo della spontaneità,  dell’arte e della riflessione,  mentre la natura, almeno nei suoi effetti sull’uomo riflessivo, passi all’estremo dell’aorgico, dell’incomprensibile,  dell’impercettibile, dell’illimitato, finché, per il susseguirsi di tali opposti effetti reciproci i due elementi originariamente uniti, s’incontrino come all’inizio, solo che la natura sarà diventata più organica mediante l’uomo creatore e civilizzatore, mediante, soprattutto, gli impulsi e le energie formative, mentre l’uomo sarà diventato più aorgico, più universale, più infinito, quando entrambi gli opposti si incontreranno:  l’uomo universalizzato, spiritualmente vivo, artisticamente, puramente aorgico, e la natura ben plasmata. Questa sensazione è tra le più eccelse che l’uomo possa esperire,  giacché l’armonia raggiunta lo riporta al precedente e inverso rapporto puro,  ed egli percepisce sé e la natura in due modi distinti e l’unione è più infinita. 9)

Quando questo alternarsi di stati si compone abbiamo raggiunto la pace di tutte le paci, come traduce Giorgio Vigolo 10). E ciò è possibile solo attraverso la bellezza, cioè le regole universali della composizione, che nel caso specifico di Holderlin sono le regole che presiedono alla costruzione del verso.
In questo senso la poesia è l’inizio e la fine della filosofia,  ma dove la filosofia è il modo di vivere del filosofo, cioè la vita vissuta (e pagata) secondo quello in cui il filosofo crede, cioè la propria vita come manifestazione ed espressione della propria filosofia – e  in questo senso Holderlin e Leopardi come  Schopenhauer e Nietzsche sono veri filosofi;  gli altri, i più, solo professori di filosofia. 11)

Lettera a  Neuffer, Homburg, 12 Novembre 1798:

… L’elemento vitale nella poesia è ora ciò che occupa più i  miei pensieri e i miei sensi. Sento profondamente quanto ancora io sia lontano dal coglierlo, eppure tutta la mia anima lotta per lui e spesso mi assale un gran turbamento, al punto da piangere come un bambino, nel sentire acutamente come alle mie composizioni manchi questo e quello, che io sappia tuttavia trarmi dagli sviamenti poetici in cui vado errando. Ah! Fin dalla prima giovinezza il mondo ha spaventato il mio spirito e l’ha ricacciato in se stesso, e io continuo a soffrirne.
Esiste certo un ospedale in cui ogni poeta fallito come me può trovare onorevole rifugio – la filosofia.
Ma non so staccarmi dal mio primo amore, dalle della mia giovinezza, e preferisco soccombere senza meriti piuttosto separarmi dalla dolce patria delle muse, dalla quale solo il caso mi ha sospinto via. 12)

Lettera a Sinclair, 24.12.1798:

Tutto si tiene, e soffre non appena agisce, così nche il pensiero più puro dell’uomo; a rigore, una filosofia aprioristica, affatto indipendente da ogni esperienza, è, come sai, un’assurdità pari a una rivelazione positiva, dove l’entità rivelante fa tutto, e colui che riceve la rivelazione non può neanche muoversi per accoglierla, perché altrimenti avrebbe già aggiunto qualcosa di suo. Risultato del soggettivo e dell’oggettivo, del particolare e del tutto, ogni creazione e prootto, e proprio   perché nel prodotto l’apporto del particolare non può mai essere davvero distinto dall’apporto del tutto,  risulta chiaro quanto intimamente ogni particolare dipenda dal tutto, e come entrambi formino un’unica totalità viente, individualizzata in maniera capillare e fatta di tante parti autonome, ma appunto intimamente ed eternamente connesse. 13)

Attraverso la poesia, in senso tecnico, cioè attraverso la costruzione del metro e la ricerca delle parole che ancora conservano il loro senso primigenio, egli riuscì a riprodurre il pulsare della vita, quell’alternarsi e divenire che ne costituisce il senso tragico; e a superarlo, costruendo nel tempo del verso luoghi di pace.
La poesia è un pensiero musicale, cioè è un pensiero che si costituisce in maniera altra e diversa rispetto al pensiero ordinario.
E’ un parlare armonico, in cui gli accenti compongono dei veri e propri accordi,  e dunque è un pensiero, perché noi pensiamo parlando 14) e  un modo di esistere, perche pensiero ed essere coincidono 15), che per il fatto di essere armonico si libera dal giogo dell’intelligenza. Cioè è un pensare di altro tipo che da luogo ad un altro tipo di vita. E questo è quello che cercavamo, perché forse con un tipo di pensiero diverso possiamo venire a capo del senso tragico della nostra esistenza.
Proust dichiarava in una intervista nel 1913 che la Recherce era stato il tentativo di convertire in qualcosa di intelligibile quello che sembrava estraneo al mondo dell’intelligenza, al pari di un motivo musicale.  Tentativo eroico e tragico,  in tutto paragonabile al folle volo dell’Ulisse dantesco,  perché come quello fondato su una contraddizione in termini. Che lì era il pensare di poter vedere il Paradiso da vivi, e qui è stato il tentare di rendere con la prosa, e quindi con l’intelligenza, con il  pensiero ragionato, quei molteplici elementi forniti dalla sensibilità, come le impressioni provate con la musica.
Ma è solo attraverso la poesia che il parlare, e quindi il pensare,  diventa musica; e dunque è solo con la poesia che si può fare esperienza dell’ essere musica, essere cioè l’esito di una disposizione armonica di aspetti, che dura il tempo dell’intuizione.
Tale bellezza  ha un sapore diverso rispetto a quella che ci offre il mondo, quella che ci regala la natura, perché è una bellezza libera dal giogo della necessità. Non c’è dietro alcun inganno, perché l’uomo l’ha creata al solo scopo del suo diletto o del suo conforto. Non c’è alcuna specie da salvare né alcun compito cosmico da assolvere.
Questo è l’Angelo della Bellezza: e quando l’Angelo appare significa che ci siamo liberati dal giogo, anche se solo per un’istante. Ma è un’istante che vale più di una vita, perché è l’intero di vite infinite.
La bellezza in questo modo dà sostanza alla speranza, e la speranza ci tiene in vita. E qual’è dunque la speranza?

Che possano esistere un tempo e un luogo, una condizione dell’essere, non governata dalla necessità. Nella quale cioè alla bellezza in quanto  necessità possa essere opposta con eguale valore e beneficio la bellezza inutile, gratuita, fine a se stessa; in cui l’unico fine e scopo della bellezza sia la felicità di chi riesce a vederla nelle cose del mondo – che è solo il suo mondo; di chi le dà vita avendone carpito il segreto, e di chi la contempla.
E, più in generale, che il superamento dell’uomo, e dunque della sua natura, che ci angoscia per il modo in cui vediamo perpetrarlo, avvenga invece nel segno di quello che Nietzsche sperava, cioè di un superamento del dover essere. E dunque credere nell’uomo per l’uomo, e non per il perpetuamento della specie.  Vivere perché si sceglie di vivere, e non perché la natura lo pretende.

Note

Nella foto: Luigi Ghirri, Fidenza, 1985/86, particolare.

In Il profilo delle nuvole, Opposite, e It’s beautiful here, isn’t it…, aperture, 2008.

1) Eraclito, Frammenti, a cura di M. Marcovich, La Nuova Italia, 1978, frammento 27.  Vedi nota 8.

2)  E. Montale, Ossi di Seppia

In Limine

Godi se il vento che entra nel pomario
vi rimena l’ondata della vita.

Qui dove affonda un morto viluppo di memorie
orto non era, ma reliquiario.

Il frullo che tu senti non è un volo,
ma il commuoversi dell’eterno grembo.
Vedi come di trasforma questo lembo di terra
solitario in un crogiolo.

Un rovello è di là dell’erto muro:
se procedi ti imbatti tu
forse nel fantasma che ti salva.
Si compongono qui le storie e gli atti
scancellati pel gioco del futuro.

Cerca la maglia rotta nella rete che ci stringe
tu balza fuori, va! per te l’ho pregato.
Ora mi sarà lieve la sete, meno
acre la ruggine.

3) F. Fortini, Foglio di via

Di Porto Civitanova

Qui mi condusse il lungo
Vaneggiare degli anni
Che ora lieto ora triste e sempre invano
Come un fanciullo mi volgeva.
                                   I tempi
Passati, i tormentosi giorni, qui
Non mi dolgono più; nuova discende
Ogni immagine e quieta.

E m’addormenta con soave suono
Ogni senso la musica continua
Dell’onde e il fiato opaco del mare
Che deserto scompare oltre le nebbie.

E deserta è la riva. I pescatori
Hanno lasciato sulla ghiaia tutte
Le barche e sono andati con le ceste
colme di pesca che brillò nel sole
Bianco, stamani.
Ora alle antenne si lamenta il vento.

A questa riva mi ritrovo: stanco
Ma non deluso. Povero; ma basta
Che mi segga sul fianco d’una barca
a riparo dell’aria
Sibilante, perché le mie miserie
Dimenticando e il mio penoso andare
Tra i volti umani,

Come quando fanciullo oltre i miei colli
aspettavo bramoso il primo raggio
Di sole, attendo ancora,
Ma senza affanno e solo mesto, un cenno
un lume, un volo, una speranza, qualche
Voce che dall’opaco mare chiami.

4) l’episodio è narrato da K. Popper in La conoscenza e il problema corpo-mente, Il Mulino 1996, pag. 48.

5) F. Nietzsche, Frammenti postumi,  Adelphi, III, III, I, 7 (27).

6) F. Giorgi, Promemoria di Francesco Giorgi per San Francesco della Vigna, citato in R. Wittkower, Principi architettonici nell’età dell’Umanesimo, Einaudi, 1964.

7) F. Holderlin, Hyperion, in Holderlin, Prose Teatro e Lettere, Mondadori, 2019, p. 114. Vedi nota 8.

8) Eraclito, Frammenti, a cura di M. Marcovich, La Nuova Italia, 1978, frammento 27.
Dalla nota di l: Reitani, in Holderlin, cit., p. 1352:
“l’Uno in sé diverso…”. In questa formula Holderlin sintetizza un aforisma di Eraclito tramandato da Platone nel Simposio (187a) dove è messo in bocca a Erassimaco: “l’Uno in sé discorde con sé medesimo s’accorda, come l’armonia dell’arco e della lira” (nella trad. di G. Reale, Mondadori 2001, pp. 49 e 191).

9) F. Holderlin,  Fondamento dell’Empedocle, cit.  p. 560.

10) Friedrich Holderlin, Poesie, versione e saggio introduttivo di Giorgio Vigolo, Einaudi, 1958.

11) F. Nietzsche, La Gaia Scienza, Adelphi, V, II
Frammento 324, In media vita.
No! La vita non mi ha disilluso! Di anno in anno la trovo invece più vera,  più desiderabile e misteriosa – da quel giorno in cui venne a me il grande liberatore,  quel pensiero cioè che la vita potrebbe essere un esperimento di chi è volto alla conoscenza – e non un dovere, non una fatalità, non una frode! – E la conoscenza stessa:  può anche essere per altri qualcosa di idverso, per esempio un giaciglio di riposo o il percorso verso un giaciglio di riposo, oppure uno svago o un oziare; ma per me essa è un universo di pericoli e di vittorie, in cui anche i sentimenti eroici hanno la loro arena. “La vita come mezzo della conoscenza”: con questo principio nel cuore si può non soltanto valorosamente, ma perfino gioiosamente vivere e gioiosamente ridere! E chi saprebbe ridere e vivere bene, senza intendersi prima di guerra e di vittoria?

12) F. Holderlin, cit. p. 1078.

13) F. Holderlin, cit.  p. 1089.

4) Leopardi, Zibaldone, Mondadori, 1997
p. 94:
“Il posseder più lingue dona una certa maggior facilità e chiarezza di pensare seco stesso, perché noi (95) pensiamo parlando.

Ora nessuna lingua ha forse tante parole e modi da corrispondere ed esprimere tutti gli infiniti particolari del pensiero. Il posseder più lingue e il poter perciò esprimere in una quello che non si può in un’altra, o almeno così acconciamente, o brevemente, o che non ci viene così tosto trovato da esprimere in un’altra lingua, ci dà una maggior facilità di spiegarci seco noi e d’intenderci noi medesimi, applicando la parola all’idea,  che senza questa applicazione rimarrebbe molto confusa nella nostra mente.
…Perché un’idea senza parola o modo di esprimerla, ci sfugge, o ci erra nel pensiero come indefinita e mal nota a noi medesimi che l’abbiamo concepita. Colla parola prende corpo, e quasi forma visibile, e sensibile, e circoscritta”.

15) Parmenide, Testimonianze e Frammenti, M. Untersteiner, La Nuova Italia, 1979. P. 149, Fr. 8:
“Identico, poi, è l’intuire e ciò in causa del quale è il pensiero singolo, giacchè senza l’essere, nel quale si esprime logicamente non troverai l’intuire”.

Comments are closed.