Le cose della vita. 1

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Come lo sguardo crea il paesaggio – perché è sempre l’intenzionalità dell’atto a conferire senso e dignità all’oggetto – così lo sguardo interiore crea il paesaggio interiore, di cui la casa è il supporto come la tela lo è di una pittura.
Lo sguardo interiore è il lavoro necessario per trasformare in paesaggio interiore il continuo mescolarsi di pensieri e stati d’animo, che normalmente costituiscono quello sfondo indistinto che comunemente chiamiamo tempo, che dunque non è nient’altro che quello che siamo, e che altrimenti possiamo chiamare anima. Dire “scorre il tempo” significa in realtà che “noi scorriamo”.
Tale lavoro distingue e separa aspetti dell’anima/tempo determinati da atteggiamenti ricorrenti, posture dello spirito, adagiamenti, che ne segnano lo scorrere istituendo un ritmo propedeutico allo svolgimento di un rituale: preghiere (religiose o laiche), evocazioni di memorie, riti di riconoscimento di sé, di ricognizione del territorio. Tale aspetti si fissano su un oggetto, costituiscono uno spazio, determinano la forma e la dimensione dello spazio stesso, i colori delle pareti, l’arredo. Fare paesaggio significa porre dei limiti, istituire delle misure, dare modo allo spazio di diventare scena.
I limiti del paesaggio interiore sono costituiti dai muri delle case, dalle sue stanze, dai suoi oggetti.
Dunque non si può dare un’architettura degli interni, nella misura in cui non si può dare un paesaggio interiore dall’esterno. L’architettura degli interni può essere solo architettura interiore, cioè può essere solo costruzione di sé. In questo senso è esito e condizione necessaria del farsi delle esperienze, cioè dell’abitare.

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Le cose sono la nostra vita,  perché sulle cose si posa il tempo. E posandosi si ferma. Una casa diventa la casa della vita solo quando col tempo diventa la nostra scatola dei bottoni,  il contenitore delle nostre cose, che sono il racconto solido e sempre vivente della nostra vita *).   Motivo per il quale non si vorrebbe mai buttare nulla, e motivo per il quale si va sempre in giro per mercatini  cercando giorni perduti.
La casa è la struttura fisica che rende possibile la crescita culturale dell’uomo in quanto individuo, che diventa tale solo quando si riconosce come soggetto, in una relazione (logos) di continuo tenersi, chiamarsi, parlarsi con i suoi oggetti, che è quindi sempre anche racconto, cioè frequentazione di sé, abitudine, abitare.
La Modernità, indipendentemente dalla fase storica che si vuole considerare, costruisce sempre la sua base ideologica sulla mortificazione del soggetto in quanto individuo, sul mito dello sradicamento e della irrilevanza delle identità culturali. Questa base ideologica trova applicazione concreta nella narrazione che, negando la funzione primaria della casa, valorizza, mistificandola attraverso la creazione di appositi filoni narrativi, la definizione culturale dell’alloggio, e dunque della precarietà, eleggendo in questo modo la precarietà a valore.
Da qui il supposto privilegio di cui si sarebbe destinatari dovendosi spostare da un luogo all’altro, per seguire le necessità del lavoro e del capitale, e non potendosi più immaginare come “abitanti” ma solo come  “occupanti temporanei”;  non potendosi più permettere, culturalmente prima che economicamente, una casa, e cioè non potendo più permettersi di conservare nulla, di costruire un racconto, ma, anzi, dovendo allegramente buttare tutto, perché “costa meno ricomprare che conservare”, e comunque “non c’è spazio”. Da qui deriva anche l’altro supposto privilegio di poter/dover cambiare tanti lavori, per adeguarsi alle necessità del mercato, non avendo quindi tempo e modo per esercitarsi in quegli studi e quelle esperienze che soli consentono di giungere ad un livello di eccellenza, che anzi è strategicamente negato e posto fuori mercato attraverso la banalizzazione del gusto e del sapere, operata attraverso una sistematica riduzione semantica del linguaggio, che non può che corrispondere a una riduzione della capacità di risoluzione del pensiero. Fino al punto che, per il noto effetto moltiplicatore prodotto dai sistemi di comunicazione di massa, “realtà” diventa la rappresentazione delle opinioni di una massa di analfabeti. E dell’intelligenza non si sente più la mancanza. Si abbassa così la domanda di competenza e di conoscenza, che diventano qualità non più richieste.
Tutti liberi dalle differenze, liberi dalle competenze, liberi di spostarsi dove il lavoro chiama, spiriti dal pensiero leggero, fratelli analfabeti, operai consumatori di se stessi.
Che l’Architettura Moderna abbia partecipato, più o meno ingenuamente, più o meno inconsapevolmente,  alla festa della Modernità,  è peccato irredimibile, responsabilità imperdonabile, che basta da solo (al di là – cioè – dei pur discutibili esiti formali), a giustificarne la condanna senza appello e ad auspicarne la mai troppo rapida fine.

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Quando si sente parlare di fine della Modernità significa che il capitale sta resettando mercati e sistemi di produzione, al fine di mantenere i livelli occupazionali necessari al funzionamento del sistema, cioè al mantenimento del ciclo produzione/consumo.
Questo è stato il post-moderno; questo è il post-post-moderno. Viene creata l’aspettativa per un cambiamento radicale, una inversione di tendenza; la filosofia ne costituisce rapidamente il supporto teoretico e il mercato    velocemente si adegua. Tanto velocemente da far nascere il sospetto che in realtà fosse già pronto.
In questo senso la produzione post-post-moderna di prodotti  tradizionali ecocompatibili a chilometro zero, rivestiti di aura artigianale ma disponibili in quantità tali da soddisfare mercati di dimensione globale, è ideologicamente analoga a quella che alla fine dell’Ottocento produceva oggetti tradizionali con decorazioni art nouveau realizzati in serie. Possiamo quindi immaginare la Storia come una spirale, come un movimento delle cose che andando avanti si avvolge su se stesso, ritornando sempre a visitare situazioni già vissute e sperimentate.
Ma questo movimento a spirale è comunque un andare avanti, cioè avviene lungo una direzione, la quale, per la natura stessa del movimento a spirale, che “gira attorno” alla direzione in cui si muove, rimane sempre fuori dall’attenzione. Questa direzione altro non è che la vera evoluzione della Storia, che non è verso l’Assoluto, come Hegel sperava, ma al contrario, attraverso il superamento del corpo, verso l’annullamento dell’Esperienza ed il  conseguente annichilimento del Soggetto, cioè verso l’uomo indifferenziato.
La modernità figlia dell’Illuminismo aveva superato i confini geografici e politici delle nazioni, affermando l’universalità dei suoi valori.
L’esito è la attuale globalizzazione intesa come azzeramento delle differenze ed espansione indiscriminata del terreno di caccia.
La nuova modernità che emerge dalle spoglie del post-moderno supera i limiti del corpo, che ormai non ha più ragione di esistere; non promette ma realizza il Paradiso Concreto della Connessione Eterna, offrendolo in cambio di quel poco che rimaneva del Soggetto.

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Il singolo non può nulla contro questo stato di cose, scriveva Adorno settanta anni fa, quando ancora evidentemente il singolo esisteva *). 
Ma non poteva  far nulla, e nulla potrebbe fare ora, se ancora esistesse. Scegliere di essere nomadi, allora, scegliere cioè quel destino che con tutt’altro fine ci si vorrebbe imporre, per  sfuggire all’annichilimento della Connessione Eterna, potrebbe dunque avere senso.
Ma che ne sarà del paesaggio interiore? Come si potrà costruire un racconto di sé senza l’aiuto delle cose? Non si vivrà sempre in una perenne dimenticanza di sé e della propria storia? Della storia della propria famiglia? Della propria terra? Finendo così per non poter più avere, oltre alla casa,  né famiglia né terra?
Possiamo immaginarci, noi  figli dell’Occidente dalle case di pietra, che però erano anche le case di Dio, nelle quali la pietra cantava, possiamo immaginarci nomadi?
Il nostro pensiero va a Liuba che parte, la poesia che Eugenio Montale scrisse nel ‘38 per la sua amica Liuba Flesh, israelita, che alla vigilia della guerra ormai imminente, lasciava l’Italia:

Non il grillo ma il gatto
del focolare
or ti consiglia, splendido
lare della dispersa tua famiglia.

La casa che tu rechi
con te ravvolta, gabbia o cappelliera?,
sovrasta i ciechi tempi come il flutto
arca leggera – e basta al tuo riscatto.

Essere nomadi, sul piano culturale, prima, e poi pratico, anche, significa, oggi, essere fuggiti da un male peggiore.  Ma la strada che si percorre è un filo sottile sul quale sempre si sta in bilico tra l’essere schiavi e il non essere liberi.

Note.

– Questi argomenti sono sviluppati da M. Cacciari in OIKOS, Officina Edizioni, 1975, con F. Amendolagine; e nel saggio Interno e esperienza, pubblicato su Nuova Corrente 79/80, 1979.

– T. Adorno, Minima Moralia, Einaudi, 1954. Vedi oltre.

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