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Questa è la mia casa. E’ il posto dove studio e lavoro, dove raccolgo le mie cose.
E’  la mia finestra sul mondo, e nello stesso tempo il racconto di quello che vedo dalla finestra. Le case sono tutte finestre da cui chi le abita si affaccia e racconta quello che vede. Per questo visitare le case degli altri significa sentire racconti sempre nuovi e diversi del mondo.  Scriveva Proust che “solo grazie all’arte ci è dato uscire da noi stessi, sapere quel che un’altro vede di un universo non identico al nostro e i cui paesaggi ci rimarrebbero altrimenti ignoti come quelli che possono esserci nella Luna. Grazie all’arte, anziché vedere un solo mondo, il nostro, noi lo vediamo moltiplicarsi; e, quanti più sono gli artisti originali, tanti più sono i mondi a nostra disposizione, diversi gli uni dagli altri più ancora dei mondi roteanti nell’infinito.” Più prosaicamente, e spesso senza intenzione, anche le case raccontano mondi diversi uno dall’altro, perché ogni casa è un mondo diverso e all’altro inconoscibile, anche se li separano pochi centimetri di muro.
Ma una casa è anche altro, è anche racconto di ciò che si vorrebbe vedere, di ciò che si vorrebbe accadesse.
Il mio lavoro consiste nel creare occasioni, cioè nel pensare gli spazi, e gli oggetti che vi sono all’interno, in relazione  a quello che potrebbe succedere dentro a quegli spazi, tra quegli oggetti. La forma e la dimensione dello spazio, i colori delle pareti, il numero e la natura degli oggetti dipendono da quello che potrebbe succedere, ma che non è detto che accada. E se tuttavia dovesse accadere sarà per la forma e la misura della stanza, per i colori delle sue pareti, per gli oggetti che vi sono custoditi.
Infatti l’architettura è preparazione e attesa. Cioè, a ben vedere, preghiera.
Perché ogni casa esprime una speranza, mostra un’altra possibilità, un altro modo, un’altro mondo, appunto.


Ritornerà, ritornerà sul gelo
la bontà di una mano,

varcherà il cielo lontano
la ciurma luminosa che ci saccheggia.

 

 

 

 

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