Pascoli/Leopardi
Pascoli: Il sabato del villaggio (Garboli 1114)
Donzellette non vidi venir dalla campagna col loro fascio d’erba. Non è ancora il trifoglio e la lupinella nei prati, o pei greppi la gramigna. Avrei voluto vedere il loro mazzolino, se era proprio “di rose e di viole”. Rose e viole nello stesso mazzolino campestre d’una villanella, mi pare che il Leopardi non le abbia potute vedere.
A questa viole di marzo, a quella rose di maggio, sì poteva; ma di aver già vedute le une in mano alla donzelletta, ora che vedeva le altre, il Poeta o non doveva qui ricordarsi o doveva dimenticarsi. Perché il poeta qui rappresenta a noi cose vedute e udite in un giorno, anzi in un’ora; e bene le rappresenta, come non solevano i poeti italiani del suo tempo e dei tempi addietro. E come queste così altre; e in ciò è la sua virtù principale e, aggiungerei, … la maggiore sua gloria.
Vedere e udire: altro non deve il poeta.
Il poeta è l’arpa che un soffio anima, è la lastra che un raggio dipinge. La poesia è nelle cose: un certo etere che si trova in questa più, in quella meno, in alcune sì, in altre no. Il poeta solo lo conosce, ma tutti gli uomini, poi che egli significò, lo riconoscono.
Egli presenta la visione di cosa posta sotto gli occhi di tutti e che nessuno vedeva.
… Ora il Leopardi questo mazzolin di rose e di viole non lo vide quella sera; vide sì un mazzolino di fiori, ma non ci ha detto quali; e sarebbe stato bene farcelo sapere, e dire con ciò più precisamente che col cenno del fascio dell’erba, quale stagione era quella dell’anno. No: non ci ha detto quali fiori erano quelli, perché io sospetto che quelle rose e viole non siano se non un tropo e non valgano, sebbene speciali, se non a significare una cosa generica: fiori. E io sentiva che in poesia così nuova il Poeta così nuovo cadeva in un errore tanto comune alla poesia italiana anteriore a lui: l’errore dell’indeterminatezza per la quale, a modo d’esempio, sono generalizzati gli ulivi e i cipressi col nome di alberi. E i giacinti e i rosolacci con quello di fiori, le capinere e i falchetti con quello di uccelli. Errore di indeterminatezza che si alterna con l’alto del falso, per il quale tutti gli alberi si riducono a faggi, tutti i fiori a rose e viole, tutti gli uccelli a usignoli.
Ma la poesia non cerca la precisione, bensì l’approssimazione e l’indeterminazione; Leopardi aveva già risposto ottant’anni prima.
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E’ cosa osservata degli antichi poeti ed artefici, massimam. Greci, che solevano lasciar da pensare allo spettatore o uditore più di quel ch’esprimessero.
…E quanto alla cagione di ciò, non è altra che la loro semplicità e naturalezza, per cui non andavano come i moderni dietro alle minuzie della cosa, dimostrando evidentemente lo studio dello scrittore, che non parla o descrive la cosa come la natura stessa la presenta, ma va sottilizzando, notando le circostanze, sminuzzando e allungando la descrizione per desiderio di fare effetto. Cosa che scuopre il proposito, distrugge la naturale disinvoltura e negligenza, manifesta l’arte e l’affettazione, ed introduce nella poesia a parlare più il poeta che la cosa.
el che vedi il mio discorso sopra i romantici, e vari di questi pensieri. Ma tra gli effetti di questo costume, dico effetti e non cagioni, giacchè gli antichi non pensavano certamente a questo effetto, e non erano portati se non dalla causa che ho detto, è notabilissimo quello del rendere l’impressione della poesia o dell’arte bella, infinita, laddove quella de’ moderni è finita. Perché descrivendo con pochi colpi, e mostrando poche parti dell’oggetto, lasciavano l’immaginazione errare nel vago ed indeterminato di quelle idee fanciullesche, che nascono dall’ignoranza dell’intiero.
Ed una scena campestre, p.e. dipinta dal poeta antico in pochi tratti, e senza dirò così, il suo orizzonte, destava nella fantasia quel divino ondeggiamento di idee confuse, e brillanti di un indefinibile romanzesco, e di quella eccessivamente cara e soave stravaganza e maraviglia, che ci solea render estatici nella nostra fanciullezza. Dove che i moderni, determinando ogni oggetto, e mostrandone tutti i confini, sono privi quasi affatto di questa emozione infinita, e invece non destano se non quella finita e circoscritta, che nasce dalla cognizione dell’oggetto intiero, e che non ha nulla di stravagante, ma è propria dell’età matura, che è priva di quegli inesprimibili diletti della vaga immaginazione provato nella fanciullezza. (8 Gennaio 1820).
La poesia non è descrizione, ma musica.
Dunque che si parli di un mazzo di fiori, evitando di specificare la specie di ogni tipo di fiore, va bene se è utile alla melodia del verso. Per non dire che se si comincia a descrivere e a dettagliare non ci si può fermare ad un punto qualsiasi; bisogna dire tutto, a cominciare dal nome scientifico del fiore.
Pascoli dimostra in questo passo di essere in pieno un figlio del suo tempo. Di quel tempo in cui, cioè, come Nietzsche solo pochi anni prima aveva annunciato, ma Leopardi prima di lui, per descrivere nel dettaglio la realtà si perde il senso dell’essere delle cose.
16.3.2025