Prima nota

24.1.26
Sto  ristudiando Aristotele (ma in effetti dovrei dire studiando per la prima volta). Questa settimana ho scoperto Bataille. Troppo tardi? E’ sempre troppo tardi, e non è mai troppo tardi.

A che serve la logica? Ad analizzare e descrivere esattamente forme di ragionamento che danno luogo ad azioni che svolgiamo istintivamente, cioè senza pensarci. E quindi a che serve?

Tutti i nostri ragionamenti sono strutturati sulla base di rapporti di analogia e di differenziazione. In questo non c’è niente di scientifico, e da questo punto di vista, volendo essere rigorosamente logici, l’esito di ogni nostra azione è una scommessa. Al di là dell’effetto pratico, che ci consente di prevedere la traiettoria che deve seguire un razzo per incontrarsi con un asteroide, insieme alla velocità che deve mantenere, dunque cose mirabili,  resta la debolezza della base teorica. Cioè posso dimostrare inconfutabilmente che a determinate cause succedono determinati effetti, ma sul perché quella determinata causa produca quel determinato effetto non so dire nulla. Questo è Umano troppo Umano, 1877/78, ancora prima della Gaia scienza. Ma è anche Eraclito e Cratilo, VI secolo a.C..
E quindi l’idea della scienza come episteme, come l’unica disciplina che detiene la verità, l’unica le cui asserzioni sono fondate su basi rigorosamente dimostrabili, è una idea fasulla, cioè ingannevole. Non, naturalmente, dal punto di vista pratico, e dunque non dal punto di vista squisitamente e animalescamente umano, oltre che dell’universo nel quale l’animale vive. Ma dal punto di vista divino, cioè della dimensione in cui esiste l’uomo che ha superato se stesso.

Ancora: a che serve la logica se sappiamo (benissimo, e da oltre due millenni) che la conoscenza delle cose prime ed ultime può essere raggiunta solo attraverso forme di pensiero che escludono il ragionamento?

Serve a gestire le cose inutili.

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17.1.26
L’Anassimandro di Francesco Adorno: l’essenza dell’a-peiron è di essere qualcosa che esiste in negativo. Cioè è il negativo necessario affinché le cose (il positivo) esistano. Dunque in sé non esiste, ma esiste solo nel momento in cui il positivo, il limitato, si pone.

Le cose dalle quali viene agli esseri la nascita, in quella avviene anche la loro dissoluzione secondo necessità,  poiché le une alle altre rendono giustizia dell’ingiustizia, secondo l’ordine del tempo.

Il fatto che le cose nascano dalle cose, e non dal nulla, cioè dall’a-peiron, e muoiano per  diventare altre cose, cioè si dissolvano perché devono lasciare il posto ad altre cose, cosi come esse stesse hanno preso il posto di cose che precedevano, questo processo ridà alle cose la loro misura e le ricolloca nella loro posizione rispetto al non definibile perché non esistente in sé, che è quella di “cose” che da cose nascono e in cose muoiono.

Non c’è altro destino possibile ma c’è un riferimento sicuro: che il nostro essere cose si esaurisce sullo sfondo del senza-limiti: questa è la nostra misura, ed è all’interno di essa che necessariamente dobbiamo stare.

Noi, le cose, siamo ciò che ha limite, ciò che ha misura, mentre c’è qualcosa che limiti non ne ha.  Questo è il modo con il quale la morte ci ricolloca al nostro posto: in quanto enti che hanno una misura. Ed è in questo nostro essere misura, e soltanto in esso che possiamo misurare la non-misurabilità del cielo.
E quindi Holderlin (Poeticamente…). Vedi Jaeger, Pasquinelli, Diano e West e poi confronta con Heidegger. E poi naturalmente Colli.
Bataille: ” Leggo in Dionigi l’Aeropagita (Nomi divini, I,5):
“Coloro che, con la cessazione intima di ogni operazione intellettuale entrano in intima unione con l’ineffabile luce… parlano di Dio solo per negazione”.”

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6.1.26
Il presente.

Uno dei nostri errori fondamentali è quello di confondere il reale con il presente, cioè di considerare reale solo ciò che è presente, considerando presente ciò che ci è davanti ora, quindi nella doppia accezione di luogo fisico e temporale.

E’ vero il contrario, cioè che è reale tutto ciò che è assente rispetto al nostro presente, essendo quest’ultimo solo il luogo e il tempo dell’io, e non il luogo e il tempo del mondo. Lo stesso naturalmente vale per il passato: il fatto che non sia presente non significa che non esista. Significa solo che esiste in un tempo che è diverso da quello nel quale si trova l’io (Severino).

E così come possiamo portare dentro il nostro tempo tutto ciò che esiste al di fuori di esso, con lo sguardo, con l’udito, con le mani, allo stesso modo possiamo portare nel nostro tempo, cioè nel presente, tutto ciò che è avvenuto prima di esso, cioè il passato; che sostanzialmente significa: quello che abbiamo pensato o provato (il che non è lo stesso nell’atto dell’esperienza ma lo diventa immediatamente dopo – il passato infatti è sempre “pensato”, al contrario dell’esperienza che è sempre “provata” in senso fisico) nel tempo precedente al presente e che non abbiamo dimenticato. Questo portare nel presente il passato avviene spesso involontariamente, o per caso, oppure per una nostra precisa intenzione, quando vogliamo guardare una fotografia, o ci soffermiamo su un oggetto legato ad un evento del passato che con la sua presenza lo riporta appunto nel presente.  Da ciò deriva l’importanza poetica degli oggetti d’affezione, che sono forme di passato solido.
Questo ragionamento vuole mettere nella giusta luce la complessità del presente, e il suo fondamentale valore ontologico, che non ha nulla a che fare con la retorica dell’attimo fuggente.
Esso è, come detto prima, il luogo ed il tempo dell’io, cioè il tempo ed il luogo nei quali l’io è, esiste, si manifesta. Si potrebbe dire che il presente è l’essenza dell’io, l’essenza necessaria come la intendeva Aristotele, e dunque la sostanza. L’io è necessariamente il presente, così come il presente è necessariamente l’io. Esso è l’incrocio in cui si incontrano due differenti dimensioni: la dimensione nella quale esiste tutto ciò che è esterno a noi e quella in cui esiste tutto ciò che è interno, cioè tutti i nostri oggetti interiori, ovverossia i nostri infiniti ricordi. Bisogna però a questo punto definire esattamente cosa intendiamo con ricordo. Il ricordo in sé di fatto non esiste, essendo sempre ricordo di qualcosa. Quindi il ricordo di un momento di felicità è un momento di felicità, ed è diverso dal ricordo di un momento di tristezza, che è appunto un momento di tristezza. Questi a loro volta sono diversi dal ricordo di un luogo, che è il ritorno davanti ai nostri occhi di quel luogo;  come pure dal ricordo di un suono, o di una particolare luce, o ancora di una particolare sensazione.  Per questo è sbagliato parlare genericamente di ricordi. Il nostro mondo interiore è infatti un luogo pieno di oggetti “immateriali”,  tanti quanti possono essere quelli materiali che ci circondano, anzi, invero molti di più, perché oltre ad essi, il mondo interiore contiene anche quelli “incontrati” nel tempo precedente al presente.

Il presente dunque è questo momento: quello in cui il mondo esteriore e quello interiore si incrociano, dando vita ad una dimensione terza che non si può dire che è creata da noi per il semplice fatto che essa stessa è l’io, cioè è quello che siamo, e che non esiste per altri che per noi. Essenza necessaria.
Ma – questo è il passo avanti di Gentile rispetto ad Aristotele (e ad Hegel) – non oggettivizzabile (cosa che in realtà facciamo proprio nel momento in cui diciamo: “il presente è l’io”), nella quale avvengono (ma, se si potesse,  dovremmo dire “avveniamo”, nel senso che siamo noi il luogo e il tempo nel quale avvengono e siamo noi gli attori di questi avvenire) un numero imprecisabile di scambi di oggetti tra i due mondi, ad una velocità imprecisabile, tale comunque da rendere il presente in realtà un evento pluridimensionale e multitemporale in cui viene continuamente e contemporaneamente distrutto e ricreato l’universo.
Il tutto più o meno a nostra insaputa, cioè di noi dormienti, come giustamente ci chiamava Eraclito.
E c’è anche chi si annoia.

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