La Bellezza come profezia.

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Per Cusano, scrive Abbagnano nella sua Storia della Filosofia, l’Universo è il massino, l’unità, l’infinità, come Dio; ma è un massimo, un’infinità che si contrae, cioè si determina e si individualizza in un molteplice di cose singole. Dio, che è l’essenza del mondo,  è nel mondo considerato nella sua unità,  ma non è nelle cose; l’universo, che è l’essenza contratta delle cose,  è nelle cose in modo contratto, cioè moltiplicato e differenziato dalla loro molteplicità e dalla loro differenza.
Da ciò deriva che Dio, che è l’essenza  del Sole e della Luna, (come di tutte le altre cose)  non è né nel Sole né nella Luna; ma l’universo, che è l’essenza contratta, è Sole nel Sole e Luna nella Luna.

Dio è l’unità e l’essenza del mondo. Non il mondo, che si contrae nelle singole cose,  ma la loro unità in quanto loro essenza.
L’armonia è l’essenza del mondo che si contrae nel tempo e nello spazio ed è  Musica nella Musica e Architettura nell’Architettura. La Musica e l’Architettura sono le due arti in cui l’armonia si manifesta, cioè diventa forma e struttura o, riprendendo Melotti, “occupazione armonica dello spazio” (e del tempo); essa è nella relazione regolata da precisi rapporti tra le sue parti:  “quei medesimi numeri certo, – scrive l’Alberti – per i quali avviene che il concerto de le voci appare gratissimo ne gli orecchi de gli uomini, sono quelli stessi che empiono anco e gli occhi e lo animo di piacere meraviglioso.”
L’architettura era considerata, al pari della pittura e della scultura,  al rango delle attività manuali. Individuando il collegamento tra le proporzioni musicali e le proporzioni spaziali, gli artisti del Rinascimento le arricchirono di quel fondamento teorico e matematico che consentì loro di inserirle nel novero delle arti matematiche, ampliando il quadrivium formato dall’aritmetica, dalla geometria, dall’astronomia e dalla musica.
Una distinzione tuttavia è necessaria. Lo spazio e il tempo sono le dimensioni del soggetto, il modo in cui esso si manifesta.  La musica crea una struttura armonica del tempo, l’architettura crea una struttura armonica dello spazio. Di queste strutture armoniche si può fare esperienza, e questa esperienza può essere trasmessa attraverso il racconto e la rappresentazione. Questo si può fare attraverso la pittura e la letteratura. La scultura tradizionale è pittura tridimensionale come il teatro è letteratura tridimensionale.
Tali arti sono essenzialmente strumenti di rappresentazione, e dunque “parole seconde” rispetto alla musica e all’architettura che sono arti strutturanti il tempo e lo spazio, attraverso cui, cioè,  l’armonia si manifesta nelle dimensioni del soggetto.
Sia il tempo che lo spazio esistono a prescindere dall’armonia. Ma diventano struttura armonica attraverso la musica e attraverso l’architettura. Questo significa che l’armonia, che in quanto relazione è essenza del mondo,  non è data ma deve essere sempre creata/evocata , a partire da condizioni neutre, attraverso la messa in opera di precisi rapporti.
Non tutto lo spazio e il tempo sono armonici, ma attraverso la regola delle proporzioni, che si sostanzia nella musica e nell’architettura, l’uomo può costituire strutture armoniche dello spazio e del tempo. L’uomo non ha creato questa consonanza di rapporti, ne ha solo scoperto la regola.
“… Fu appunto Pitagora a scoprire come i toni possano misurarsi spazialmente” scrive Wittkower nel suo libro sull’architettura dell’umanesimo, da cui le citazioni sono tratte. “Se, nelle stesse condizioni, vibrano due corde una delle quali sia lunga metà dell’altra, il suono della più breve sarà di un’ottava (diapason) più alto della più lunga. Se le lunghezze delle due corde stanno nella relazione di 2:3, la differenza nell’altezza del suono sarà di una quinta (diapente); se si trovano nella relazione di 3:4, la differenza nell’altezza del tono sarà di una quarta (diatessaron)…
…Platone nel Timeo spiegò che l’ordine e l’armonia cosmici sono  interamente contenuti in alcuni numeri. E Francesco Giorgi, nel suo De Harmonia Mundi spiega che  “E’ assolutamente evidente a tutti i Pitagorici e Accademici che il mondo e l’anima vennero anzitutto definiti da Timeo di Locri e quindi da Platone per mezzo di alcune leggi e proporzioni musicali, appunto come un eptacordo fatto di sette corde (limitibus),  che inizia con l’unità,  raddoppia fino al cubo di due e triplica fino al cubo di tre. Secondo gli scritti di Pitagora si riteneva che in questi numeri e proporzioni fosse stata composta e resa perfetta la struttura dell’anima e del mondo intero. E dal dispari come dal maschile,  e dal pari come dal femminile, da questi poteri uniti, tutto è generato. Ma nel cubo dell’uno e dell’altro, essi dicevano, l’opera si compiva. Poiché nessuno può procedere al di là di una terza dimensione, né in lunghezza, né in altezza, né in profondità.  E perciò ogni potere di attività e di passività è contenuto in questi numeri e proporzioni, e tutte le armonie si raccolgono in essi”.

L’avere individuato le regole dell’armonia  ed avere verificato la diffusione delle strutture armoniche dell’universo, attraverso la scoperta delle corrispondenze tra microcosmo e macrocosmo, individua l’uomo stesso come strumento dell’essenza, cioè dell’armonia, come un filtro attraverso cui il tempo e lo spazio vengono strutturati in musica e in architettura: “Et chi presomesse di trascendere – ammonisce Giorgi –  farebbe un mostro, spezzate et violate le leggi naturali.
… tutte le misure del piano, si in lunghezza, come in larghezza saranno consonantissime;  et per forza daranno diletto a chi le veggiarà, salvo se i loro occhii non fussero oblichi, et disproportionati.”
L’uomo del Rinascimento si assume un compito, si riconosce come colui che può svolgere un ruolo. Ma è un ruolo che presuppone una responsabilità e che necessita di una rigorosa educazione. Non si possono trascendere le regole della bellezza. Non c’è spazio per la creatività, né per la soggettività, tanto meno per l’autobiografia:
come l’ape impollina i fiori, egli filtra il tempo e lo spazio nel loro fluire, restituendoli attraverso le strutture della proporzione.
“C’è un episodio toccante – scriveva Popper nel 1969 – che riguarda il compositore Joseph Haydn. In età avanzata egli compose La creazione. Essa fu eseguita per la prima volta nell’Aula magna dell’antica università di Vienna, un edificio che fu distrutto durante la seconda guerra mondiale. Dopo aver ascoltato il meraviglioso coro introduttivo, egli scoppiò in lacrime e disse: “Non sono stato io a scriverlo. Non potrei averlo fatto.” Credo che ogni grande opera d’arte trascenda l’artista. Nel crearla, egli interagisce con la sua opera: egli ne riceve costantemente suggerimenti, che superano le sue intenzioni originarie. Se possiede l’umiltà e la capacità di autocritica per ascoltare questi suggerimenti ed imparare da essi, egli creerà allora un’opera che supera le sue capacità personali.”
Il compito da svolgere richiede umiltà e capacità di autocritica, richiede un superamento delle proprie capacità personali, cioè della propria personalità. La rinuncia.
Questa è la differenza tra il pensiero occidentale e quello orientale: l’uomo greco nasce come soggetto in contrapposizione ad un oggetto, l’uomo cinese come relazione.
Pay Ya era stato il solo capace di suonare l’arpa che un mago aveva costruito col legno di un albero kiri che era un re della foresta. “Accarezzò l’arpa con mano leggera, con lo stesso gesto con cui si accarezza un cavallo selvaggio, quindi prese a pizzicare leggermente le corde dello strumento. Pai Ya cantò la natura e le stagioni, le alte vette delle montagne e le tumultuose acque dei fiumi e tutti i ricordi dell’albero si risvegliarono.”
Egli non suonò se stesso ma suonò l’arpa.
“Incantato, il Signore del Celeste Impero volle conoscere il segreto che aveva permesso a Pai Ya di avere ragione della resistenza dell’arpa.
“Maestà” rispose il musicista alle domande dell’imperatore, “coloro che mi hanno preceduto nel tentativo di suonare questo strumento hanno fallito perché non cantavano che essi stessi. Io invece ho lasciato che l’arpa scegliesse da sola la sua sinfonia, e non sapevo bene se l’arpa fosse Pai Ya o Pai Ya fosse l’arpa.”
“Pieno di servigi, ma poeticamente abita l’uomo su questa terra.”
Venendo meno ai suoi “servigi poetici”,  l’uomo ha rinunciato alla comunione con l’essenza e l’armonia del mondo. Questo è successo quando la presunzione di trascendere le regole, in nome di una malintesa libertà d’impresa, ha prevalso.
“Ritmo triadico della terra:  armonia fra mortali e celesti,  giorno luminoso, perfetta civiltà;  oscuramento del Divino, decadenza, epoca nostra;  nuova alba a venire, di epifanie celesti.  Perfetti, i numi, sazi di immortalità, abbisognano di chi senta per essi e si sacrifichi nella mediazione fra cielo e terra: gli eroi (Eracle, Dioniso, Cristo, ultimo nella serie storica, il più caro al poeta, araldo a sua volta di altri, futuri).  Missione dei poeti, annunciare i nuovi  numi o ravvivarne l’attesa ricordando gli antichi.”  Così Traverso nell’introduzione agli Inni di Hoderlin, dei quali  “In amabile azzurro”, da cui è tratta la sentenza, è l’enigmatico, scritto nella visione che diventa solitudine che diventa follia.
Il tempo dei poeti dunque è quello della decadenza, nel quale bisogna raccontare, rappresentare,  il senso dell’esperienza perduta.
Ma che accade se anche i poeti perdono di vista il senso del loro compito e l’arte dimentica la bellezza? E’ impossibile ricostruire “dall’esterno”, cioè attraverso la cultura, il sentimento della bellezza, che può essere solo movimento interiore. Mancando il sentimento si perde anche la memoria e la possibilità, perché gli occhii diventano oblichi e disproportionati.
Non essendo più in grado gli uomini di provare il sentimento della bellezza né di riconoscere l’armonia, non essendo essi più adatti a svolgere il compito che gli era stato assegnato, chi riporterà allora i Celesti sulla terra?
Questo è il tempo delle storie in cui viene richiesto un nuovo inizio, in cui serve un nuovo Eroe, in cui si rende necessario un nuovo sacrificio.

cl.

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