Epigrafi

I Greci pensano del lavoro quello che oggi noi pensiamo della procreazione. Entrambe le cose si ritengono vergognose, ma nessuno per questo dichiarerà disonorevole il risultato.
La “dignità del lavoro” è uno dei più stolti vaneggiamenti dei moderni.

E’ un sogno di schiavi.  Tutti si affannano per continuare a vegetare miseramente. E quella necessità sfibrante della vita, che si chiama lavoro, dovrebbe essere “dignitosa”? Allora anche l’esistenza dovrebbe essere qualcosa di dignitoso.
Soltanto il lavoro compiuto dal soggetto libero dalla volontà è dignitoso. In questo senso un vero lavoro di cultura ha bisogno di un’esistenza fondata, libera da preoccupazioni.
Inversamente: la schiavitù rientra nell’essenza di una civiltà.

(F. Nietzsche, Frammenti postumi, Opere, Vol. III, III, I; 7,16)

Holderlin: “Converrai certamente che gli organismi umani, quegli animi che la natura pare aver costruito con la massima determinazione per l’umanità, siano adesso dappertutto i più infelici, proprio perché sono più rari che mai in altri tempi e in altri luoghi.
I barbari che ci circondano dilaniano le nostre forze migliori, prima ancora che esse si siano sviluppate, e soltanto la salda, profonda conoscenza di questo destino ci può salvare, così che almeno non periamo indegnamente.
Dobbiamo cercare ciò che è ottimo, far causa comune con esso, rafforzarci il più possibile e guarire nella coscienza di esso, e così acquistare forza; per riconoscere ciò che è rozzo, storto, deforme, non soltanto nel dolore ma nella sua vera natura, nell’essenza del suo carattere, del suo precipuo difetto”.
(Lettera al fratello, 4 Giugno 1799; annotata da F. Nietzsche, quaderno U II 2, Estate-Autunno 1873, in Frammenti Postumi, Adelphi, 1992, Vol. III, Tomo III parte II).

La conoscenza sensibile dell’uomo culmina sicuramente nella bellezza, e trasfigura il mondo. Perché cerchiamo di afferrare qualcos’altro? Che cosa vogliamo raggiungere al di là dei nostri sensi? La conoscenza incessante conduce alla desolazione e alla bruttezza. – Bisogna appagarsi del mondo intuito artisticamente.
(F. Nietzsche Frammenti Postumi Vol. III tomo III parte II, 19, 145
Dizionario Nietzschiano dei Framenti Postumi, Libro 2, 2) 19.145)

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