architettura dell’apparenza

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124. Nell’orizzonte dell’infinito.
Abbiamo lasciato la terra e ci siamo imbarcati sulla nave! Abbiamo tagliato i  ponti alle
nostre spalle – e non è tutto: abbiamo tagliato la terra dietro
di noi. Ebbene, navicella!
Guardati innanzi!  Ai tuoi fianchi c’è l’oceano: è vero, non sempre muggisce, talvolta la
sua distesa è come seta e oro e  t
rasognamento della bontà. Ma verranno momenti in cui
saprai che è infinito,  
e che non c’è niente di più spaventevole dell’infinito.
Oh, quel misero uccello che si è sentito libero e urta ora nelle pareti di questa  gabbia!
Guai se ti coglie la nostalgia della terra, come se là ci fosse stata più libertà – e non esiste
più “terra” alcuna!
F. N. La Gaia Scienza, 1881

La rivoluzione postmoderna è stata qualcosa di ben più grave e concreto degli evanescenti
discutibili esiti architettonici e di costume. ha cambiato definitivamente i parametri con i
quali percepiamo e interpretiamo la realtà, e, nonostante gli sforzi recenti di ripristinare il
realismo come categoria interpretativa – ennesimo tentativo del riformismo di introdurre
parametri razionali all’interno dei rapporti di produzione –  rimane alla prova delle
evidenze lo strumento più efficace per leggere la realtà o  per “cercare di ridurre  la portata
della nostra ignoranza”,  come diceva Cedric Price, non a caso citato.

Molto più delle fumose elucubrazioni di Lyotard vale un piccolo saggio di Deleuze della
fine degli anni ottanta per illustrare in maniera chiara l’entità del cambiamento.
Scrive Deleuze (in “Whitman” da “Critica e clinica” del 93,  pubblicato in Italia da Raffaello
Cortina Editore, di cui si riportano ampi stralci):
“ …gli europei hanno un senso innato della totalità organica,  o della composizione, ma
devono acquisire il senso del frammento, e possono farlo solo attraverso una riflessione
tragica o un’esperienza del disastro. Gli americani al contrario hanno un senso innato
del frammento e quel che devono conquistare è il sentimento della totalità, della bella
composizione.
Il frammento e lì in maniera irriflessa che previene lo sforzo: noi facciamo dei piani “per
poi, (cita Whitman) giunto il momento della messa in opera vera e propria, trovarci
affatto impreparati e gettar tutto in pentola, lasciando che la fretta e la nudità
raccontino la loro storia meglio di una sapiente elaborazione”.
Peculiare dell’America non è quindi il frammentario, ma la spontaneità del
frammentario.… Il mondo come  insieme di parti eterogenee: patchwork infinito o muro
illimitato di pietre a secco (un muro cementato, o i pezzi di un puzzle, ricomporrebbero
una totalità).
Il mondo come campionario: i campioni (specimen) sono appunto delle singolarità, delle
parti notevoli e non totalizzabili che si sprigionano da una serie di parti ordinarie.
Campioni di giorni, “speciem days” dice Whitman. Campioni di casi, campioni di scene o
di vedute. In tutt’e due le circostanze la legge è quella della frammentazione.  I
frammenti sono dei granuli, delle granulazioni. Selezionare i casi singoli e le scene
minori è più importante di qualsiasi considerazione complessiva. E’ nei frammenti che
appare lo sfondo nascosto, celeste o demoniaco.
La legge del frammento vale per la Natura come per la Storia,  per la Terra come per la
Guerra, per il bene come per il male. … Ma se è vero che il frammento è dappertutto, nel
modo più spontaneo, abbiamo visto che devono essere conquistati, e magari inventati, un
tutto o un analogo di tutto. Capita però che Whitman metta avanti l’idea di Tutto,
invocando un cosmo che ci invita alla fusione; in una riflessione particolarmente
convulsa si definisce hegeliano, afferma che solo l’America “realizza” Hegel,  e pone i
diritti primari di una totalità organica.
Si  esprime allora come un europeo che trova nel panteismo una ragione per gonfiare il
suo io. Ma quando Whitman parla alla sua maniera e nel suo stile, risulta che deve essere
costruito una specie di tutto tanto più paradossale in quanto viene solo dopo i frammenti
e li lascia intatti, senza proporsi di totalizzarli.
Questa idea complessa dipende da un principio caro alla filosofia inglese, al quale gli
americani daranno nuovo senso e nuovi sviluppi: le relazioni sono esterne ai loro
termini…  si porranno quindi le relazioni come se potessero e dovessero essere
instaurate, inventate. Se le parti sono dei frammenti che non possono essere totalizzati, si
possono almeno inventare fra di loro relazioni non preesistenti che testimoniano sia un
progresso nella Storia che una evoluzione nella Natura.
… Relazioni di numero sempre maggiore e di qualità sempre più fine, sono come il
motore della Natura e della Storia.
… La Natura non è forma, ma processo di relazionalità; inventa una polifonia; non è
totalità ma riunione, “conclave”, “assemblea plenaria”.  La Natura è inscindibile da tutti i
processi di commensalità, convivialità, che non sono dei dati preesistenti ma si
elaborano fra viventi eterogenei in modo da creare un tessuto di relazioni mobili, che
fanno si che la melodia di una parte intervenga come motivo della melodia di un’altra
(l’ape e il fiore).
Le relazioni non sono interne a un tutto; è piuttosto il tutto che scaturisce dalle relazioni
esterne nel tal momento e cambia insieme a loro. I rapporti di contrappunto sono
ovunque da inventare e condizionano l’evoluzione.
Si tesse così una trama di relazioni variabili che non si confondono con tutto, ma
producono il solo tutto che l’uomo sia capace di conquistare…”

Ecco. In questo credo consista l’eredità irrinunciabile del postmoderno.  Nell’avere cioè
mostrato che nei rapporti  di necessità  che regolano la natura,   e per analogia i rapporti
umani, l’unico  logos possibile nasce a posteriori,  dalla osservazione e considerazione dei
frammenti e delle relazioni tra di essi verificantesi, (ed è quindi cangiante a seconda delle
quantità, qualità e intensità delle relazioni, ) e non – come è nel modo di pensare della
cultura classica – il contrario.
Non un logos dal quale discende il mondo ma tanti discorsi diversi a seconda delle
relazioni che “nel momento” si instaurano tra gli aspetti e che hanno la consapevolezza di
non fondare nulla.  Discorsi mai definitivi.
Questa è stato il segno della rivoluzione poetica americana, fino a Carver e ad Altman.

Alla luce di questa griglia interpretativa che non può essere elusa  è evidente che il
significato della forma e della composizione si ridefinisce da solo:  la forma dello spazio
non ha più valore, nel senso che non è più il valore.
Il valore della forma non è più un “contenuto  culturale”, e il contenuto culturale non ha
più relazione con la forma. E la composizione consiste nella ricerca di un equilibrio fragile,
momentaneo  e sempre suscettibile di essere superato. Anche la cultura classica ha
conosciuto la composizione per frammenti. La peculiarità dello schema di interpretazione
postmoderno, derivante – come ha evidenziato Deleuze – dalla cultura americana, consiste
nel riconoscere la “spontaneità” – o sarebbe meglio dire la casualità – con la quale i
frammenti si manifestano,  dal che l’impossibilità di alcuna composizione che non sia
mera presa d’atto.
Questa è la sentenza: la fine dell’architettura per causa della fine dell’esigenza di
rapportare spazi e funzioni  essendo diventata la funzione autoreferente e soprattutto
indipendente dalla variabile spaziale, o quanto meno dipendente da essa in maniera
fluttuante e momentanea.
Se non esiste più un discorso ma una pluralità di asserzioni  e la forma del reale ( la
riduzione a schema leggibile per fini pratici) scaturisce dalle relazioni spontanee – cioè
casuali – e momentanee tra i diversi aspetti,  quale può essere questa forma?  e quanto può
durare?
Se la forma (strumento di lettura) non può rimanere immagine ma deve inevitabilmente
diventare flusso, la forma fisica della struttura  che rende possibile tutto questo non può
che essere il più possibile neutra, tendere all’invisibilità, cioè a coincidere con lo spazio.
Qualsiasi tentativo di imporre una forma sarebbe comunque  “a priori”,  e quindi non vero
e oggettivo ma soggettivo e autobiografico, oltre a essere destinato a venire superato il
momento dopo.
Cedric Price dichiarava con orgoglio di essere il “non-architetto” n. 1, e ne aveva motivo.
Aveva visto l’esito.
Cosa rimane dunque?
Esaurito – finalmente – il ruolo funzionale, e caduta ogni ipocrita maschera di razionalità,
resta solo per l’architettura il senso vero, primario e irrinunciabile: la funzione simbolica.
Che non significa limitare l’architettura al monumento, come scriveva Loos, ma restituirle
il compito di dare forma all’apparenza e di costituirsi come limite, laddove il limite altro
non è che  il velo che ferma lo sguardo per darci modo di sentire quello che non possiamo
vedere, come l’ermo colle. E l’apparenza l’unico grado di verità ammissibile.

C’è qualcosa ora che sappiamo troppo bene, noi sapienti: oh, come ormai impariamo a
dimenticare, a non-sapere, come artisti! E per quanto riguarda il nostro futuro:
difficilmente ci troveranno ancora sui sentieri di quei giovinetti egizi che la notte
rendono insicuri i templi, abbracciano le statue e attraverso ciò vogliono strappare i veli,
mettere a nudo e in chiara luce tutto quanto è tenuto coperto, e non senza ragione. No,
questo cattivo gusto, questo volere la verità, la “verità a ogni costo”, questa
farneticazione da adolescenti nell’amore della verità, – ci sono venuti in uggia: per questo
siamo troppo esperti, troppo rigorosi, troppo gioiosi, troppo bruciati, troppo profondi…
Non crediamo più che verità resti ancora verità, se le si tolgono i veli di dosso; abbiamo
vissuto abbastanza per credere in questo.
Oggi è per noi solo questione di decoro non voler vedere tutto nella sua nudità, non voler
intrometterci in tutto, tutto comprendere e “sapere”. “E’ vero che il buon Dio è presente in
ogni luogo?” chiese una bambina a sua madre: “ma io trovo che questo non sta bene” – un
avvertimento per i filosofi! Si dovrebbe onorare maggiormente il pudore con cui la
natura si è nascosta sotto enigmi e variopinte incertezze. Forse la verità è una donna, che
ha buone ragioni per non far vedere le sue ragioni. Forse il suo nome, per dirla in greco,
è Baubo?… Oh questi Greci! loro si sapevano vivere; per vivere occorre arrestarsi
animosamente alla superficie, all’increspatura, alla pelle, adorare la parvenza! Questi
Greci erano superficiali – per profondità! E non facciamo appunto ritorno a essi, noi
temerari dello spirito, noi che ci siamo arrampicati sul più alto e rischioso culmine del
pensiero contemporaneo e di lassù abbiamo volto lo sguardo intorno, noi che di lassù
abbiamo volto lo sguardo in basso? Non siamo esattamente in questo dei Greci?
Adoratori delle forme, dei suoni, delle parole? Appunto perciò – artisti?”

Nella prefazione alla Gaia Scienza Nietzsche risponde al  frammento 124 dello stesso libro
citato all’inizio.  L’architettura è il tentativo di riconfigurare una terra di libertà possibile
anche sapendo che è libertà illusoria.

 

 

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