a liberare la vita che l’uomo ha imprigionato

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Il mondo dell’industrial design (cioè l’insieme degli oggetti  – o la fanghiglia di merci,  come scriveva Fortini nel 1962 – e la sovrastruttura ideologica che ne supporta la produzione) è un mondo che non ci appartiene.
Al di là della forma o del colore che i prodotti possono avere, essi semplicemente non parlano la nostra lingua. Non capiamo come sono fatti, di cosa sono fatti, da chi e spesso neanche per cosa sono fatti. Ci vengono “dati”, ponendoci in una costante condizione di insicurezza, perché tutto ciò che ci viene dato può esserci in qualsiasi momento sottratto.
L’unica cosa che sappiamo è che non dureranno molto, sia perché non danno l’impressione di poter durare, sia perché, essendo parte di un sistema di produzione fondato non più sul consumo ma sul deterioramento, vengono progettati per diventare obsoleti o – appunto – per deteriorarsi,  in un tempo determinato a priori da fattori contingenti alla produzione stessa: programmata saturazione del mercato, rinnovamento dei cicli produttivi, o, semplicemente, sostituzione. L’unico ambito di creatività che involontariamente consentono è proprio nella gestione del loro degrado, cioè nella nostra capacità artistica di continuare a utilizzarli malgrado l’obsolescenza programmata.
Questo ci rivela il loro senso profondo: sono falsi. Il loro scopo non è quello per assolvere il quale dichiarano di essere stati costruiti, ma quello – ormai neanche più celato – di mantenere i livelli di produzione acquisiti e consolidare  le posizioni di privilegio.

Anche la casa  è annegata nel mare degli oggetti, portando a compimento un processo avviato all’inizio del secolo scorso, e diventando oggetto di consumo essa stessa, da cambiare  o rinnovare secondo le tendenze (e non più secondo le esigenze, sogno superato dell’ottimismo radicale anglosassone degli anni settanta, come  già amaramente dello stesso periodo le analoghe esperienze italiane lasciavano intravedere), laddove anche l’identità culturale soggettiva o collettiva  è una tendenza, e la tendenza altro non è che l’ultimo nome – o forse già il penultimo, del “piano del capitale”.

(Dell’abitare quasi nessuno ha più memoria, se già nel 1945  Adorno registrava  con l’infinita tristezza che pervade tutto il suo libro l’avvenuta trasformazione della casa in alloggio.)

Questo sistema vive e si mantiene grazie al contributo interessato e compiaciuto dei “designers”,  dei “progettisti di prodotto”, degli esperti di comunicazione, degli inventori di necessità inesistenti, dei costruttori di realtà di cartapesta, dei “creativi”, degli “autori”, dei pubblicitari, dei giornalisti a contratto di contenuto, dei pensatori “pret à porter”, cioè di tutte quelle sottospecie di intellettuali cresciuti all’ombra della “crisi delle narrazioni” e per questo esentati da obblighi di coscienza – la cui avanguardia è costituita dagli Architetti;  i quali, persa da tempo ogni utilità sociale (quando ancora c’era una parvenza di obbligo di coscienza), ma ultimamente anche la dignità – finalmente liberi da sensi di colpa (anche solo di facciata), possono concedersi senza vergogna al loro vizio di sempre, senza far finta di preoccuparsi dell’uso che verrà fatto delle loro competenze – e pazienza se si comprometteranno per sempre equilibri, tessiture, racconti e raccolti, tutto quello cioè che serve a costruire e mantenere viva una comunità,  – ma cos’è una comunità se non un oggetto sociale vintage che si può trovare, volendo,  nelle sagre della coldiretti e della confartigianato? e d’altro canto, di quali competenze stiamo parlando?  basta lasciare che il computer interpreti a cazzo una serie di imput ordinati secondo sequenze inusuali (a ciò si è ridotta la creatività) in modo da configurare superfici non euclidee che si intersecano tra loro producendo piani di interscambio relazionale, per essere nella tendenza.

Da questa parvenza di mondo fatto di luoghi e oggetti senza soggetto, in cui informazioni di contenuto sempre più ridotto  vengono scambiate solo attraverso il linguaggio delle immagini (non è importante il contenuto dell’informazione ma la performance dello scambio), in cui anche le parole, persa ogni necessità di ricchezza di significato, diventano immagini esse stesse, ognuno di noi ha tuttavia la possibilità di tirarsi fuori, cercando la propria personale “linea di fuga” che gli consenta di portarsi al margine del flusso, e da lì mettere in atto la propria individuale azione di sabotaggio  (“dentro e contro”, come scriveva  Mario Tronti nel 1964).

Su quali basi si può fondare una credibile azione eversiva?
Servirà lavorarci, rimanendo  tuttavia ancorati  a quei valori (di forma, misura, modo e tempo) che al nostro corpo sono legati, che il nostro corpo dispiega. Aiuterà tenere lontani quegli strumenti di connessione che costituiscono l’infrastruttura del nuovo corpo sociale che sempre di più si configura come una perfetta società di uomini-api, e non semplicemente per tenersi fuori o per  manifestare inopportuni atteggiamenti bohemiennes, ma solo per il fatto che la connessione sostituisce il pensiero, che è connessione esso stesso, e dunque sostituisce al  pensiero del soggetto il pensiero del corpo sociale.  Servirà sottrarsi all’uso e rifiutarsi al consumo. Naturalmente ci saranno prezzi da pagare, come è sempre stato, e come sempre saranno pagati individualmente anche a fronte di istanze collettive. Ma si potranno lasciare gli alloggi e si ricomincerà a pensare case,  a pensare di essere casa.

A questo serve l’architettura, “a liberare la vita che l’uomo ha imprigionato”.
Lo scriveva Deleuze a proposito della letteratura, vale ancor di più per l’architettura.

 

 

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