Gilles Deleuze, da “Conversazioni”, Ombre corte, 2006, pag. 35

Quel che conta in un percorso, quel che conta in una linea,  è sempre la metà, non l’inizio o la fine. Si è sempre nel mezzo di un cammino, nel mezzo di qualcosa.
La cosa noiosa nelle domande e nelle risposte, nelle interviste, nelle conversazioni, è che si tratta il più delle volte di fare il punto: il passato e il presente, il presente e l’avvenire. Ecco perché è sempre possibile dire a un autore che la sua prima opera conteneva già tutto, o al contrario che egli  non cessa di rinnovarsi, di trasformarsi.
In ogni caso è sempre la tematica dell’embrione che si sviluppa, sia a partire da una preformazione del germe, sia in funzione di strutturazioni successive. Ma l’embrione, l’evoluzione, non sono delle belle cose. Il divenire non passa per di là.

Nel divenire non c’è né passato né avvenire, neanche presente, non c’è storia. Nel divenire si tratta piuttosto di involvere: il che non significa né regredire, né progredire.
Divenire significa divenire sempre più sobrio, sempre più semplice, divenire sempre più deserto, e, attraverso di ciò, popolato. E’ questo che è difficile da spiegare: in quale punto involvere significa non solo il contrario di evolvere, evidentemente, ma anche il contrario di regredire, tornare all’infanzia o al mondo primitivo.
Involvere vuol dire avere un’andatura sempre più semplice, economa, sobria.
Lo stesso vale per i vestiti: l’eleganza in quanto contrario dell’over-dressed dove ci si mette troppe cose addosso, si aggiunge sempre un qualcosa di troppo che guasta tutto il resto (l’eleganza inglese contro l’over-dressed italiano).
Ed è vero anche per la cucina: contro la cucina evolutiva, che aggiunge sempre qualcosa, contro la cucina regressiva che torna agli elementi primitivi, esiste una cucina involutiva che è forse quella dell’anoressico.
Perché si da una tale eleganza in certi anoressici? E’ vero pure per la vita, anche la più animale: se gli animali inventano le loro forme e le loro funzioni, ciò non accade evolvendosi sempre, sviluppandosi,  e neanche regredendo come nel caso della prematurazione,  ma perdendo, abbandonando, riducendo, semplificando,  salvo poi creare i nuovi elementi e i nuovi rapporti di questa semplificazione.

La sperimentazione è involutiva, il contrario dell’over-dose. E’ vero pure per la scrittura: arrivare a quella sobrietà, quella semplicità che non è  né la fine nè l’inizio di qualcosa. Involvere significa essere “dentro” nel mezzo, adiacente. I personaggi di Becket si trovano in uno stato di continua involuzione, sempre a metà di un cammino, già in viaggio.
Se è necessario nascondersi, se bisogna sempre assumere una maschera, non è in funzione di un piacere per il segreto,  che sarebbe poi qui un piccolo segreto professionale, e nemmeno per precauzione, ma è in funzione di un segreto di maggior natura, vale a dire che il cammino non ha né inizio né fine, che é specifico di un cammino il mantenere nascosti il proprio inizio e la propria fine, in quanto non è possibile ad esso fare altrimenti. In caso contrario non sarebbe più tale: esso esiste come cammino infatti solo quando si trova nel mezzo.
Ecco cos’è il rizoma, o una malerba. Gli embrioni, gli alberi, si sviluppano secondo la loro preformazione genetica o le loro riorganizzazioni strutturali. Ma non è così per la malerba: essa si diffonde proprio a forza di essere sobria. Cresce fra gli interstizi. E’ il cammino stesso.

Gli inglesi e gli americani, che sono i meno autori fra gli scrittori, hanno due sensi particolarmente acuti, e che comunicano: quello della strada e del cammino, quello dell’erba e del rizoma. Forse questa è la ragione per la quale quasi non posseggono una filosofia come istituzione specializzata, e non ne hanno neanche bisogno, dal momento che nei loro romanzi hanno saputo fare della scrittura un atto di pensiero,  e della vita una potenza non personale, erba e cammino l’una dell’altro, divenire-bisonte.
Henry Miller  : “L’erba esiste soltanto fra i grandi spazi non coltivati. Colma i vuoti. Cresce nel mezzo – fra le cose.
“Il fiore è bello, il cavolo è utile, il papavero rende folli. Ma l’erba è traboccamento, è una lezione di morale”.
La passeggiata come atto, come politica, come sperimentazione, come vita: “Mi diffondo come una bruma fra le persone che conosco meglio”, dice Virginia Woolf nella sua passeggiata fra i taxi.

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