Arduino Cantafora, Sweet Smelling Roses

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Non c’è più molto tempo. Se almeno potessi riordinare di là, avere tutto in ordine come questo angolo e sempre in casa un mazzo di fiori, anche finti, che importanza può avere, ma vedere la luce dei fiori.
Io poi li spolvererei e li spruzzerei con tremule gocce d’acqua, come di rugiada e potrei spostarli durante il giorno ove la luce è più calda.
Dovrei imbiancare ed anche tappezzare, se solo ne avessi la forza, è troppo tempo che qui tutto si sta consumando come me, ma almeno un mazzo di fiori, anche se finti.
Cambiare tutto, ma non buttare via, riordinare tutto; non me lo posso vedere più davanti quello strappo nel tappeto, avrei potuto tenere un diario di come l’ho visto sfilacciarsi giorno per giorno e nella credenza neanche un biscotto per qualcuno, se mai verrà qualcuno, ma due rose sul buffet, di quelle col gambo lungo che fanno pensare ad una festa, che gioia mi darebbero.
Il vischio ha perso tutto l’oro e per Nostro Signore neanche un rametto d’olivo decente. Rotolano gli anni, ma per me con questa gamba che m’inchioda non cambia niente, e se non fosse per la televisione, mia unica distrazione, neppure alla messa, la domenica mattina, potrei assistere.
Dalla poltrona al letto e dal letto alla poltrona e le notti sono tanto lunghe e schifosamente uguali quando non si può dormire e si deve ammazzare il tempo sferruzzando stupide copertine con avanzi di vecchie lane e intanto la mente corre, ricorda e si fissa, parlando ossessivamente con i morti; che porcheria di vita. Tuc, tuc, tuc, tutta la notte lo sento sgocciolare e mi martella le tempie mentre mi muovo appoggiandomi alle sdrucite pareti di questa stanza e vorrei che la gamba mi scoppiasse, tanto è il tormento che mi dà e su nulla riesco ad appoggiare lo sguardo che sia come vorrei che fosse.
Solo questo mio piccolo angolo, che milioni di volte ho accarezzato con gli occhi in questi ultimi anni, riesce a regalarmi un po’ di pace, è lui il mio vero cantuccio. Tre statuine di porcellana, la sua fotografia, il mio centrino di pizzo; se non avessi voi mie care cose, tanto varrebbe farla finita con la testa dentro l’acquaio, che Dio mi perdoni. E anche per voi che vorrei due fiori profumati, forse tutti insieme, potremmo ancora illuderci di vivere qualcosa.

(da Domus 625, febbraio 1982)

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