Gil Deleuze, Whitman

(1993, in  “Critica e clinica,  Raffaello Cortina Editore, 1998)

Con molta sicurezza e tranquillità Whitman dice che la scrittura è frammentaria e che lo scrittore americano è obbligato a scrivere per frammenti. E’ proprio questa prerogativa dell’America che ci turba, come se l’Europa non si fosse spinta su questa strada. Ma forse dobbiamo ricordare la differenza che Holderlin scopriva fra i greci e gli europei: quel che è nativo o innato per i primi deve essere acquisito o conquistato dai secondi, e viceversa. E’ così, per un altro verso per gli europei e gli americani: gli europei hanno un senso innato della totalità organica o della composizione, ma devono acquisire il senso del frammento e possono farlo solo attraverso una riflessione tragica o un’esperienza del disastro.  Gli americani, al contrario, hanno un senso naturale del frammento e quel che devono conquistare è il senso della totalità, della bella composizione. Il frammento è lì, in una maniera irriflessa che previene lo sforzo: noi facciamo dei piani, “per poi, giunto il momento della messa in opera vera e propria, trovarci affatto impreparati e gettar tutto in pentola, lasciando che la fretta e la nudità raccontino la loro storia meglio di una sapiente elaborazione” (W. Whitman, Giorni rappresentativi e altre prose, Neri Pozza, 1968). Peculiare dell’America non è quindi il frammento, ma la spontaneità del frammentario: “spontaneo e frammentario”, dice Whitman. In America,  la scrittura è  naturalmente convulsa:  “non sono che particole della dispersione, del clima arroventato,  del fumo e dell’eccitazione” dell’epoca. Ma la convulsione, come precisa Whitman,  caratterizza tanto l’epoca e il paese quanto la scrittura.  Se il frammento è l’innato americano è perché l’America stessa è fatta di stati federati e di popoli diversi immigranti (minoranze): dappertutto collezione di frammenti, assillata dalla minaccia della Secessione, ossia della guerra.  L’esperienza dello scrittore americano è inseparabile dall’esperienza americana, anche quando non parla dell’America.
E’ quel che dà all’opera frammentaria  il valore immediato di un’enunciazione collettiva. Kafka diceva che in una letteratura minore, ossia di minoranza, non c’è storia privata che non sia immediatamente pubblica,  politica,  popolare:  tutta la letteratura diventa una cosa che “riguarda il popolo” e non degli individui eccezionali.  La letteratura americana non è forse minore per eccellenza, visto che l’America pretende di federare le minoranze più diverse, “nazione formicolante di nazioni”? L’America raccoglie degli stralci, presenta degli esemplari di tutte le età,  di tutte le terre, di tutte le nazioni.  La più semplice storia d’amore vi mette in gioco stati, popoli e tribù; l’autobiografia più personale è necessariamente collettiva,  come si vede anche in Wolfe e in Miller.  E’ una letteratura popolare, fatta dal popolo, dalla “media della gente” come creazione dell’America,  e non da “grandi figure”. E da questo punto di vista l’io (me) degli anglosassoni, sempre spezzettato, frammentario,  relativo, si oppone all’io (Io) sostanziale, totale e solipsistico degli europei.
Il mondo come insieme di parti eterogenee: patchwork infinito o muro illimitato di pietre a secco (un muro cementato, o i pezzi di un puzzle, ricomporrebbero una totalità).  Il mondo come campionario: i campioni (“specimen”)  sono appunto delle singolarità, delle parti notevoli e non totalizzabili che si sprigionano da una serie di parti ordinarie. Campioni di giorni, “specimen days” dice Whitman. Campioni di casi,  campioni di scene o di vedute (scenes, shows or sights).  In effetti i campioni sono a volte dei casi, secondo una consistenza di parti separate da intervalli di spazio,  (i feriti negli ospedali), a volte delle vedute, secondo una successione di fasi di un movimento separate da intervalli di tempo  (i momenti d’una incerta battaglia).  I frammenti sono dei granuli, delle “granulazioni”.  Selezionare i casi singoli e le scene minori è più importante di qualsiasi considerazione complessiva.  E’ nei frammenti che appare lo sfondo nascosto, celeste o demoniaco.  Il frammento è un “riflesso” d’una realtà sanguinante o pacifica.  E’ ancora necessario che i frammenti, le parti notevoli,  casi o vedute,  siano estratti attraverso un’atto speciale che consiste appunto nella scrittura. La scrittura frammentaria in Whitman non si definisce per l’aforisma o la separazione,  ma per un tipo particolare di frase che modula l’intervallo.  E’ come se la sintassi che compone la frase, e che ne fa una totalità capace di ritornare su di sé, tendesse a sparire liberando una frase asintattica  infinita, che si distende o germoglia dei trattini come intervalli spazio-temporali.  E talvolta è una frase casuale enumerativa,  enumerazione di casi che tende verso un catalogo, (i feriti in un’ospedale, gli alberi in un luogo),  talvolta è una frase processionale, come un protocollo di fasi o di momenti (una battaglia, gli accompagnatori di bestiame, gli sciami successivi di calabroni).  E’ una frase quasi folle,  con i suoi cambiamenti di direzione, le sue biforcazioni, le sue rotture e i suoi salti, le sue distensioni, le sue gemmazioni, le sue parentesi. Melville osserva che gli americani non devono scrivere come gli inglesi.  Devono disfare la lingua inglese e farla filare secondo una linea di fuga: rendere la lingua convulsa.
La legge del frammento vale per la Natura come per la Storia, per la Terra come per la Guerra, per il bene come per il male. Fra la Guerra e la Natura c’è certamente una causa comune: la natura avanza in parata, a scaglioni, come i corpi d’armata. “Parata” di corvi, di calabroni.  Ma se è vero che il frammento è dappertutto, nel modo più spontaneo,  abbiamo visto che devono essere conquistati, e magari inventati,  un tutto o un analogo di tutto. Capita però che Whitman metta avanti l’idea di Tutto,  invocando un cosmo che ci invita alla fusione; in una riflessione particolarmente convulsa si definisce hegeliano, afferma che solo l’America “realizza” Hegel,  e pone i diritti primari di una totalità organica. Si esprime allora come un’europeo che trova nel panteismo una ragione per gonfiare il suo io. Ma quando Whitman parla alla sua maniera e nel suo stile, risulta che deve essere costruito una specie di tutto tanto più paradossale in quanto viene solo dopo i frammenti e li lascia intatti, senza proporsi di totalizzarli.
Questa  idea complessa dipende da un principio caro alla filosofia inglese,  al quale gli americani daranno nuovo senso e nuovi sviluppi: le relazioni sono esterne ai loro termini….  Si porranno quindi le relazioni come se potessero e dovessero essere instaurate, inventate. Se le parti sono dei frammenti che non possono essere totalizzati si possono almeno inventare tra di loro relazioni non preesistenti, che testimoniano sia un progresso nella Storia che un’evoluzione nella Natura.  La poesia di Whitman  offre tanti sensi quante sono le relazioni che stabilisce con interlocutori diversi: le masse,  il lettore, gli stati, l’oceano… La letteratura americana ha per oggetto la creazione di relazioni fra gli aspetti più diversi della geografia degli Stati Uniti – Mississippi, Montagne Rocciose,  Praterie,  –  e della loro storia –  lotte,  amori, evoluzione. Relazioni di numero sempre maggiore e di qualità sempre più fine,  sono come il motore della Natura e della Storia. Il contrario, la Guerra:  i suoi atti di distruzione investono ogni relazione e hanno come conseguenza l’Ospedale, l’ospedale generalizzato, ossia il luogo dove il fratello ignora il fratello e in cui delle parti morenti, dei frammenti di uomini mutilati,  coesistono assolutamente soli e senza rapporto.
Contrasti e complementarietà,  non dati ma sempre nuovi, costituiscono la relazione dei colori; e Whitman ha realizzato senza dubbio una delle letterature più ricche di colori che ci possano essere. Contrappunti e responsori, costantemente rinnovati,  inventati, costituiscono la relazione dei soni o il canto degli uccelli, che Whitman descrive meravigliosamente. La Natura non è forma, ma processo di relazionalità; inventa una polifonia; non è totalità, ma riunione, “conclave”, “assemblea plenaria”.  La Natura è inscindibile da tutti i processi di commensalità, convivialità, che non sono dei dati preesistenti, ma si elaborano fra viventi eterogenei in modo da creare un tessuto di relazioni mobili,  che fanno sì che la melodia di una parte intervenga come motivo nella melodia di un’altra (l’ape e il fiore).  Le relazioni non sono interne a un Tutto; è piuttosto il tutto che scaturisce dalle relazioni esterne nel tal momento e cambia insieme a loro. I rapporti di contrappunto sono ovunque da inventare e condizionano l’evoluzione.
Lo stesso vale nei rapporti tra l’uomo e la natura. Whitman instaura un rapporto ginnico con le giovani querce, un corpo a corpo: non si fonde i esse né si confonde con esse,  ma fa sì che qualcosa passi fra lui e loro, fra il corpo umano e l’albero, nei due versi,  ricevendo il corpo “parte della sua fibra elastica e della sua limpida linfa” e l’albero a sua volta un po’ di coscienza (“forse è un vicendevole scambio”). Lo stesso vale, infine,  nei rapporti fra uomo e uomo. Anche qui l’uomo deve intentare la sua relazione con l’altro: “Cameratismo” è il grande motto di Whitman per indicare la più alta relazione umana, non in virtù di una situazione complessiva,  ma in funzione dei tratti particolari, delle circostanze emotive e della “storia interiore” dei frammenti interessati (per esempio,  all’ospedale,  instaurare con ciascun morente isolato una relazione di cameratismo…). Si tesse così una trama di relazioni variabili che non si confondono con tutto,  ma producono il solo tutto che l’uomo sia capace di conquistare nell’una o nell’altra situazione. Il cameratismo è questa variabilità,  che implica un incontro con il Fuori, un procedere delle anime all’aria aperta, sulla “strada aperta”.  E’ con l’America che si ritiene che la relazione di cameratismo assuma la massima estensione e densità, giunga ad amori virili e popolari,  acquisendo al tempo stesso un carattere politico e nazionale: non un totalismo o un totalitarismo, , ma un “Unionismo”, come dice Whitman. La stessa Democrazia, la stessa Arte formano un tutto soltanto nel rapporto con la Natura (l’aria aperta, la luce, i colori, i suoni, la notte…); senza di che l’arte cade nel morbido e la democrazia nell’inganno.
La società dei compagni è il sogno rivoluzionario americano, a cui Whitman ha potentemente contribuito: sogno deluso e tradito molto prima di quello della società sovietica.  Ma è anche la realtà della letteratura americana, nei suoi due aspetti: la spontaneità o sentimento innato del frammentario, la riflessione delle relazioni viventi volta per volta acquisite e create. I frammenti spontanei costituiscono l’elemento attraverso il quale,  o negli intervalli del quale,  si accede alle grandi visioni e audizioni riflesse della Natura e della Storia.

 

 

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