T.W. Adorno, da Minima Moralia

 

(3) Pesce nell’acqua.

A partire dal momento in cui l’apparato di distribuzione dell’industria superconcentrata sostituisce la sfera della circolazione, questa comincia una strana postesistenza. Mentre sparisce la base economica delle professioni intermediarie,  la vita privata di innumerevoli persone diventa quella di agenti e mediatori, e il regno del privato viene inghiottito in blocco da una misteriosa attività, che ha tutte le caratteristiche dell’attività commerciale, senza che, propriamente, ci sia nulla da fare o da trattare. Gli individui in preda alla paura, dal disoccupato al personaggio in vista che teme di suscitare da un momento all’altro la collera di coloro di cui rappresenta l’investimento,  credono di potersi raccomandare all’esecutivo concepito come onnipresente solo con un’estrema sensibilità e diligenza, una disponibilità costante,  artifizi ed astuzie – qualità di commercianti; e presto non c’è più un rapporto che non miri ad altri rapporti,  nessun impulso che non sia stato sottoposto a una censura preventiva,  per vedere che non si scosti dal canone di ciò che è gradito.

Il concetto di relations, una categoria di mediazione e circolazione, non si è mai dispiegato pienamente nella sfera della circolazione vera e propria,  ma in gerarchie chiuse, di tipo monopolistico. Ora che l’intera società diventa gerarchica,  le torbide relazioni si introducono e si stabiliscono anche là dove c’era ancora l’apparenza della libertà. L’irrazionalità del sistema si rivela – non meno che nel destino economico del singolo – nella sua psicologia parassitaria. Prima, quando sussisteva ancora la famigerata separazione borghese di professione e vita privata,  – e verrebbe quasi da rimpiangerla –, era squadrato con diffidenza, come un intruso senza creanza,  chi perseguiva scopi nella vita privata. Oggi appare come arrogante, estraneo e fuori posto chi si abbandona al privato senza che sia dato scorgere in lui  un’intenzione precisa. Chi non mostra di “volere”  qualcosa,  è quasi sospetto: non si crede che,  senza legittimarsi con controrichieste,  possa rendersi utile a un altro nella caccia al boccone.

Innumerevoli individui fanno la loro professione da uno stato che nasce dalla liquidazione della professione.  Sono le persone per bene, gli amabili,  che sono amici con tutti, i giusti,  che scusano umanamente ogni bassezza e – incorruttibili –  diffamano come sentimentale ogni impulso non regolato.  Essi sono indispensabili per la conoscenza di tutti i canali e gli sbocchi del potere,  presentono i suoi verdetti più segreti e vivono della loro pronta comunicazione. Essi si trovano in tutti i campi politici,  anche là dove il rifiuto del sistema passa per ovvio, e ha dato origine a un fiacco  scaltrito conformismo di nuovo tipo.

Spesso seducono con una certa benevolenza, con la partecipazione simpatetica  alla vita degli altri: altruismo calcolato. Sono intelligenti, arguti,  sensibili e reattivi: hanno lucidato il vecchio spirito commerciale  con le ultime conquiste della psicologia. Sono capaci di tutto, anche di amare, ma sempre senza fedeltà. Non ingannano per impulso, ma per principio: e valutano anche se stessi come un utile che non concedono a nessun altro. Allo spirito li unisce affinità elettiva ed odio: sono una tentazione per i temperamenti meditativi,  ma anche i loro peggiori nemici.  Perché sono loro ad aggredire e corrodere sottilmente gli ultimi ripostigli della resistenza, le ore che restano libere dalle esigenze del meccanismo. Il loro individualismo in ritardo avvelena quel poco che resta dell’individuo.

(18)  Asilo per senzatetto

A che punto siamo con la vita privata si vede dalla sede in cui dovrebbe svolgersi.
“Abitare” non é più praticamente possibile. Le abitazioni tradizionali in cui siamo cresciuti hanno preso qualcosa di intollerabile: ogni tratto di agio e di confort è pagato in esse con il tradimento della conoscenza, ogni traccia di intimità con la muffosa comunità di interessi della famiglia.
Le abitazioni moderne, che hanno fatto tabula rasa, sono astucci preparati da esperti per comuni banausi, o impianti di fabbrica capitati per caso nella sfera del consumo, senza il minimo rapporto con gli abitanti: esse contrastano brutalmente ad ogni aspirazione verso un’esistenza indipendente, che del resto non esiste più.  L’uomo moderno vuole dormire sul nudo terreno come una bestia, ha decretato con profetico masochismo un settimanale tedesco prima di Hitler, liquidando, col letto, la soglia tra la veglia ed il sonno.
Chi non dorme la notte è sempre disponibile e pronto a qualsiasi cosa senza resistere, vigile ed incosciente nello stesso tempo. Chi si rifugia in appartamenti genuini, ma messi insieme a forza di acquisti, non fa che imbalsamarsi vivo. Chi cerca di sfuggire alla responsabilità dell’abitazione andando a stabilirsi in un hotel o in un appartamento ammobiliato, fa, per così dire, virtù delle necessità imposte dall’emigrazione.
Il peggio capita, come sempre, a quelli che non hanno da scegliere. Essi abitano, se non in slums, in bungalows, che potranno essere domani capanne di foglie, trailers, auto o campeggi, o addirittura il cielo aperto. La casa é tramontata. Le distruzioni delle città europee, come i campi di lavoro e di concentramento, non fanno che eseguire e completare ciò che lo sviluppo immanente della tecnica ha deciso da tempo circa il destino delle case.
Le case non esistono più che per essere gettate via come vecchie scatole di conserva.
La possibilità dell’abitazione è distrutta dalla possibilità di una società socialista, che, trascurata, si trasforma in lenta rovina per la società borghese. Il singolo non può nulla contro questo stato di cose. Già quando si occupa di progetti di arredamento e di decorazione interna, capita nei pressi del gusto artigianale del tipo dei bibliofili, per quanto possa essere ostile all’arte industriale in senso stretto. Vista da lontano, la differenza tra Wiener Werkstratte e Bauhaus non è poi così considerevole. Nel frattempo le curve della forma puramente funzionale si sono rese indipendenti dalla loro funzione e trapassano nel decorativo come le “forme elementari” del cubismo.
L’atteggiamento migliore, di fronte a tutto ciò, sembra essere ancora un atteggiamento di riserva e di sospensione: condurre una vita privata finché l’ordine sociale e i propri bisogni non consentono di fare diversamente, ma senza caricarla e aggravarla, come se fosse ancora socialmente sostanziale e individualmente adeguata. “Fa parte della mia fortuna – scriveva Nietzsche nella Gaia Scienza – non possedere una casa.”. E oggi si dovrebbe aggiungere: fa parte della morale non sentirsi mai a casa propria. Questo dice qualcosa del difficile rapporto in cui il singolo si trova con la propria proprietà, finché possiede ancora qualcosa.
L’arte dovrebbe esprimere e mettere in evidenza proprio questo: che la proprietà privata non ci appartiene più, nel senso che la quantità dei beni di consumo è potenzialmente diventata così grande che nessun individuo ha più il diritto di attaccarsi al principio della loro limitazione; ma che si deve possedere qualcosa se non si vuol cadere in quello stato di dipendenza e di bisogno che torna a vantaggio della cieca persistenza del rapporto di possesso. Ma la tesi di questo paradosso conduce alla distruzione, ad una fredda insensibilità per le cose, che non può non rivolgersi anche contro gli uomini, e l’antitesi è – nell’istante stesso in cui è formulata – un ideologia per coloro che, con cattiva coscienza, vogliono conservare il proprio. Non si dà vera vita nella falsa.

Non bussare.

La tecnicizzazione rende le mosse brutali e precise, e così gli uomini. Elimina dai gesti ogni esitazione, ogni prudenza, ogni garbo. Li sottopone alle esugenze spietate, vorrei dire astoriche delle cose. Così si disimpara a chiudere piano, con cautela e pur saldamente una porta. Quelle delle auto e dei frigidaires vanno sbattute con forza, altre hanno la tendenza a scattare da sole e inducono chi entra alla villania di non guardare dietro di sé, di non custodire l’interno che l’accoglie. Non si fa giustizia al nuovo tipo umano senza la coscienza di ciò che subisce continuamente, sin nelle fibre più riposte, dalle cose del mondo circostante. Che cosa significa per il soggetto che le finestre non hanno più battenti da aprire, ma lastre di vetro da far scattare con violenza, che i pomi girevoli hanno preso il posto delle molli maniglie, che non ci sono più vestiboli, soglie verso la strada, mura intorno al giardino? Quale chauffeur non sarebbe indotto, dalla forza stessa del suo motore, a filare a rischio e pericolo delle formiche della strada, passanti, bambini e ciclisti? Nei movimenti che le macchine esigono da coloro che le adoperano c’è già tutta la violenza, la brutalità, la continuità a scatti dei misfatti fascisti. Tra le cause del deperimento dell’esperienza c’è, non ultimo, il fatto che le cose, sottoposte alla legge della loro pura funzionalità, assumono una forma che riduce il contatto con esse alla pura manipolazione, senza tollerare quel surplus – sia in libertà del contegno che in indipendenza della cosa – che sopravvive come nocciolo dell’sperienza perché non è consumato dall’istante dell’azione.

Antitesi.

Chi non collabora corre il pericolo di credersi migliore degli altri e di fare della propria critica della società una ideologia al servizio del proprio interesse privato. Mentre cerca di fare della propria esistenza una fragile immagine della vera, egli dovrebbe sempre tener presente questa fragilità, e sapere quanto poco l’immagine sostituisce la vera vita. A questo riconoscimento contrasta la forza irresistibile dell’elemento berghese in lui. Chi si tiene in disparte non è meno invischiato dell’attivo e affaccendato: nei cui confronti non ha che il vantaggio di conoscere il proprio irretimento e la felicità di quel tanto di libertà che è insito nel conoscere come tale. La propria distanza dal business è un lusso che il business rende possibile. Perciò ogni sforzo di sottrarsi reca i tratti  di ciò che è negato. La freddezza a cui non può non dar luogo non è dissimile dalla freddezza borghese.  L’osservazione di Proust, che le fotografie  dei nonni di un duca e di un ebreo del medio ceto si assomigliano talmente che nessuno pensa più alla gerarchia sociale,  coglie un nesso molto più vasto: dietro l’unità dell’epoca spariscono oggettivamente tutte le differenze che costituiscono la fortuna, e la stessa sostanza morale, dell’esistenza individuale.  Noi constatiamo la decadenza della cultura, ma la nostra prosa,  paragonata a quella di Jacob Grimm o di Bachofen, è affine all’industria culturale in cadenze di cui non abbiamo neppure il sospetto.  Senza contare che, da tempo, non sappiamo più il latino o il greco come un Wolf o un Kirchhoff. Denunciamo il trapasso della civiltà in alfabetismo, e abbiamo disappreso anche noi a scrivere lettere,  o a leggere un testo di Jean Paul come deve essere stato letto a suo tempo.  L’involgarimento della vita ci fa orrore,  ma l’assenza di ogni usanza oggettivamente vincolante ci costringe ad ogni pié sospinto ad atteggiamenti, discorsi e calcoli addirittura barbarici dal punto di vista dell’umano,  e privi di ogni discrezione anche dal punto di vista, peraltro problematico, della buona società. Il principio propriamente borghese,  il principio della concorrenza,  non è stato superato con la dissoluzione del liberalismo, ma è passato, dall’oggettività del processo sociale,  nella struttura interna degli atomi in urto e pressione reciproca, e cioè, per così dire, nell’antropologia.  La sottomissione della vita al processo della produzione impone a ciascuno – con costrizione umiliante – qualcosa dell’isolamento e della solitudine che siamo tentati di considerare come l’oggetto della nostra scelta superiore. E’ sempre stato un elemento costitutivo dell’ideologia borghese,  che  ogni singolo individuo, nel suo interesse particolare, si ritiene migliore di tutti gli altri, mentre mette sopra di sé gli altri, in quanto comunità di tutti i clienti. Dopo l’abdicazione della classe borghese, l’uno e l’altro atteggiaamento sopravvivono nello spirito degli intellettuali, che sono gli ultimi nemici dei borghesi e, nello stesso tempo, gli ultimi borghesi. In quanto si concedono ancora il lusso del pensiero contro la nuda risproduzione dell’esistenza, si comportano come privilegiati; arrestandosi al pensiero,  dichiarano la nullità del loro privilegio. L’esistanza privata, che aspira a somigliare all’esistenza degna dell’uomo, tradisce quest’ultima, in quanto la somiglianza è sottratta alla realizzazione universale, che pure ha bisogno, oggi più che mai, della riflessione indipendente.  Non c’è via d’uscita da questo irretimento.  Il solo atteggiamento responsabile è

Non vale far paura.

Che cosa sia – obbiettivamente – la verità, resta difficile da stabilire; ma nei rapporti con gli uomini non ci si deve far terrorizzare da questo fatto. Ci sono criteri sufficienti per un primo orientamento. Uno dei più sicuri è quando ci si sente obbiettare che un’affermazione è troppo “soggettiva”. Quando questa obbiezione viene fatta valere, e con l’indignazione in cui echeggia la furente armonia di tutte le persone ragionevoli, si ha motivo di rallegrarsi tra di sé per un attimo. I concetti del soggettivo dell’oggettivo si sono completamente invertiti. Oggettivo è l’aspetto non controverso del fenomeno, il clichè accettato senza discutere, la facciata composta di dati classificati: e cioè il soggettivo; e soggettivo è ciò che spezza quella facciata, ciò che penetra nella specifica esperienza dell’oggetto, si libera dei pregiudizi convenuti e colloca il rapporto con l’oggetto al posto della risoluzione di maggioranza di coloro che, nonchè pensarlo, non lo vedono neppure, – e cioè l’oggettivo. L’inconsistenza dell’obbiezione formale di relatività soggettiva appare proprio là dove questa obbiezione è sollevata più di frequente, e cioè nel campo dei gudizi estetici. Per chi sappia reagire con precisione, e si sottometta seriamente alla disciplina di un’opera d’arte, alla sua legge formale immanente, alla necessità della sua costituzione, la riserva del carattere puramente soggettivo della propria esperienza si dissolve come una misera apparenza; ed ogni passo che egli compie nell’interno della cosa, grazie ad una sensibilità estremamente soggettiva, ha una forza oggettiva incomparabilmente maggiore dei concetti sperimentati e comprensivi (come le determinazioni stilistiche) la cui pretesa validità scientifica va a scapito di quell’esperienza. Ciò è doppiamente vero nell’epoca del positivismo e dell’industria culturale, la cui oggettività è un prodotto del calcolo dei soggetti che l’organizzano. Di fronte ad essa, la ragione si è rifugiata – interamente ed ermeticamente – nelle idiosincrasie personali, accusate di arbitrio dall’arbitrio dei potenti, che vogliono l’impotenza dei soggetti per timore dell’oggettività che è conservata solo presso di essi.

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